Dall'AC Nazionale
Testimoni di fede viva…
Forte e provocatorio. Così appare il Messaggio del Santo Padre per la XXVI giornata Mondiale della gioventù, che si svolgerà a Madrid l’estate prossima.
Un messaggio che interroga e mette in gioco sin dalle prime battute: il Papa racconta della sua giovinezza, quando sognava una vita più grande, nuova, e descrive la sua generazione, che non voleva perdersi nella “normalità della vita borghese”, e che, dopo il dramma della seconda guerra mondiale, desiderava “uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo”.
Colpisce il richiamo alla ricerca di un orizzonte più ampio della stabilità, anche affettiva, e della sicurezza di un posto di lavoro in un periodo in cui precarietà e incertezza sembrano essere la cifra della condizione giovanile. È un invito difficile, quello di cercare l’essenziale, ciò che dà senso alla nostra vita, su cui fondare le pur legittime aspirazioni di un lavoro e di una famiglia. Benedetto XVI cita Abramo, che, ormai anziano, era “sazio”: aveva una famiglia, dei beni, la serenità e la stabilità della famiglia. Eppure si fida di Dio, accetta di mettere tutto in discussione e abbandonare le sue sicurezze per un paese sconosciuto, per la promessa di un oltre. Una promessa – abbandonare le nostre sazietà per cercare la radice su cui fondare la nostra vita – non facile da accettare, ma che in fondo rappresenta il vero elemento di stabilità nella frenesia delle nostre vita da precari, da eterni figli e fidanzati continuamente in cerca di uno stipendio e di una casa per mettere su famiglia.
Ma non è possibile farcela da soli, nonostante i tanti miti dell’individualismo. È questa la seconda scossa che dà il messaggio: “Non credete a coloro che vi dicono che non avete bisogno degli altri per costruire la vostra vita! Appoggiatevi, invece, alla fede dei vostri cari, alla fede della Chiesa, e ringraziate il Signore di averla ricevuta e di averla fatta vostra!”. La comunità ci accompagna a essere saldi nella fede, a rispondere di sì alla promessa di Dio: la celebrazione dell’eucarestia, la preghiera, la lettura dei Vangeli, sono gli spazi che vengono indicati per aiutarci a vedere e incontrare Dio.
La nostra fede personale in Cristo, nata dal dialogo con Lui, è legata alla fede nella Chiesa: spetta a ciascuno di noi sostenere e sentirsi responsabile del cammino di fede degli altri. In questo impegno siamo chiamati a cercare il sostegno della comunità cristiana, e abbiamo la testimonianza splendida dei tanti uomini e donne che nella storia della Chiesa “sono stati e sono una testimonianza vivente della forza della fede che si esprime nella carità: sono stati artigiani di pace, promotori di giustizia, animatori di un mondo più umano, un mondo secondo Dio”. E alla fine del messaggio arriva l’ultimo, impegnativo appello: quello di essere noi giovani in prima persona testimoni di fede viva, di carità creativa e del dinamismo della speranza. Un invito da accogliere in quest’anno di preparazione a Madrid, che ci sprona a vivere le nostre incertezze e difficoltà di ogni giorno nella consapevolezza di una promessa di amore e di vita piena che abbiamo ricevuto.
Famiglia. È tempo di cambiare musica
Do… Dalla relazione generale sulla situazione del Paese 2009, resa ufficiale dal Ministero del Tesoro, apprendiamo che l’Italia destina per la famiglia solo l’1,2% del PIL, contro una media del 2,1% di alcuni paesi e fino al 3,7% della Danimarca. Certamente sono dati che vanno messi in relazione con altre voci (scuola gratuita, pensioni e assegni di invalidità) e con disposizioni locali, ma nonostante le promesse per la famiglia (sbandierata “in tenuta” e come “caposaldo della società”) si fa ancora poco, o nulla. Da molto tempo si parla – tra le possibili forme di sostegno – di “quoziente familiare”, ma si finisce con il dire che non ci sono soldi sufficienti per sopportarne l’attuazione. Pare che oggi sia meglio e più importante interessarsi di altre faccende, distraendo l’opinione pubblica con slogan e atteggiamenti che poco sanno di politico e tengono ben lontana l’attenzione al bene comune.
Re… In un recente intervento il card. Angelo Bagnasco è ritornato sulla necessità e sull’urgenza di promuovere e sostenere la famiglia, “fondamento naturale della società”. “Trascurare la famiglia, ad esempio, nelle sue esigenze economiche, significa sgretolare la società stessa; mettere in atto politiche adeguate ai reali bisogni della famiglia e permette di avere figli, provvedere alla loro educazione, favorire alleanza tra generazioni, assicurare un corpo sociale più equilibrato”. Ma l’elemento forse più critico evidenziato dal Presidente della Cei è quello relativo alla denatalità: “Che l’Italia non goda di buona salute sul piano della natalità è sotto gli occhi di tutti. Quali siano gli effetti a tutti i livelli di questo inverno demografico sono noti a chi riflette e s’informa: sul piano economico, politico, sociale, psicologico, culturale, ecclesiale, a rischio c’è la stessa democrazia”. Chi riflette e si informa sa bene che il calo della natalità è dovuto solo in minima parte a fattori economici e d’altra parte sarebbe meschino ridurre tutto a semplice questione di sopravvivenza. È questione antropologica, culturale.
Mi… Il calo della natalità – sempre per chi riflette e si informa e non si lascia narcotizzare dai taluni media e dagli opportunismi politici spesso velati anche da sfumature religiose – richiama inoltre fastidiosi comportamenti, specie da parte di alcuni personaggi che annunciano ripensamenti e conversioni ad una religione diversa dal quel cristianesimo che crediamo di interpretare e testimoniare in Italia e in Europa. Il tasso di natalità europeo (1,38%) è molto inferiore a quello degli immigrati di provenienza extracomunitaria in maggioranza musulmana, e in pochi anni un quarto della popolazione europea potrebbe essere islamica. Frasi provocatorie (come quelle pronunciate di recente dal leader libico Gheddafi) definite folcloristiche (ma a noi piacerebbe che il folclore fosse rimandato a manifestazioni e tradizioni popolari e magari con scopi turistici promozionali!) non possono essere sottovalutate non tanto per il detto in sé ma quanto per le problematiche che nascondono. Se diminuisce, come sta succedendo da decenni, il numero dei figli tra coloro che sono e si definiscono cristiani/cattolici è nei fatti che si potrebbe verificare un aumento percentuale della popolazione islamica.
Se queste sono alcune note stonate della nostra società è il momento di cambiare musica da parte di “chi riflette e si informa” come dice il card. Bagnasco e, aggiungiamo noi, per chi crede fermamente in Dio Padre.
Sol… Recuperare quella radicalità evangelica che è unica base per una vita cristiana coerente e missionaria. Non ci interessa fare del proselitismo ma fare in modo che le persone possano incontrare Gesù Cristo e per questo sono necessari credenti e comunità credibili attraverso la vicinanza all’uomo e alle sue esigenze.
La… Le famiglie cristiane sono chiamate a riscoprire il loro essere soggetti di evangelizzazione e quindi, alla cura della loro spiritualità e della loro crescita nella fede, devono associare una attenzione alle questioni tipiche della famiglia. Affrontare la questione della natalità, ad esempio, è dare un segno di presenza diversa nella società fagocitata da bisogni superflui, erosa da egoismi e chiusure benestanti e disinteressate al circostante e al futuro, frantumata dalla fragilità di non sensi di vita che sono alla base di famiglie che nascono e si autodistruggono nel giro di pochi mesi. Passare dal considerare il costo dei figli al considerarli davvero un dono, un bene per tutti.
Si… Educare, pensare. La cosiddetta sfida educativa che ci attende non richiede un effetto moltiplicatore di insegnanti, di consulenti e formatori ma la creazione di luoghi, spazi e tempi che permettono di alimentare “relazioni educative”, di recuperare comportamenti condivisi non vagamente ispirati ma concretamente vissuti, di offrire opportunità di approfondimento e dialogo capaci di convivenza armoniosa pur nelle diversità. E in questo emerge ancora la famiglia che deve uscire dal proprio guscio, rifiutare il mito di un falso benessere, tessere con pazienza i fili dell’essere, del sapere e del fare orientandoli ad una società che pur alla ricerca delle soluzioni di un vivere comune possibile (e sostenibile) non riduca la vita a sopravvivenza e a mercato (spesso purtroppo anche religioso).
Unità dei cattolici sui problemi della gente
Prendere un respiro
Prendere un respiro. Fermarsi un momento. Mantenere alle parole il loro significato, alla sintassi le sue regole, allo strepitio mediatico un contatto con la realtà. Non è facile. Succedono strane cose, non riusciamo a tenere il filo.
Si soffia sul fuoco della paura, si denuncia il pericolo, anzi la certezza, del terrorismo islamico. Si rifiutano ai musulmani luoghi per riunirsi, celebrare il culto. Si dichiara tradimento ogni tentativo di dialogo, di confronto, di apertura. Si portano a passeggio maiali su terreni da rendere così immuni dal “pericolo moschea”.
Mentre si demonizza l’islam sinceramente religioso, consapevole che la vera religione non può non aprire all’amore dell’altro, mentre si deride l’islam moderato, si accetta invece che un “predicatore” assai poco credibile sia accolto nel nostro Paese con tutti gli onori. Anzi, non con tutti gli onori, ma con manifestazioni da circo.
Non si avverte l’assurdità di un “predicatore” che parla a folle di ragazze pagate per essere lì? Scelte da agenzie professionali in base all’avvenenza, al vestito, alla disponibilità al silenzio? Sembra che non sia avvertito l’oltraggio alla fede, a quella religiosa, a quella islamica o di altra natura, al buon senso, al rispetto della persona e al rispetto della dignità femminile. È questa la prospettiva di lavoro che offriamo ai ragazzi, alle ragazze, di un Paese che dovrebbe essere all’avanguardia nella società della conoscenza? Sgambettare davanti a una telecamera, ascoltare compiacenti un ricco signore straniero con più di un peso sulla coscienza e con capelli molto tinti, applaudire e magari “convertirsi”.
Che triste spettacolo che l’amata e gloriosa Arma dei Carabinieri sia stata coinvolta in una manifestazione così imbarazzante per il prestigio del Corpo e del nostro stesso Paese.
Ci sono riprese cinematografiche del periodo di Salò in cui si vedono reparti militari di motociclisti che sono costretti ad esibirsi davanti al Duce in coreografie da circo: due motociclisti affiancati e un terzo in piedi appoggiato a entrambi, un motociclista e due militari ai lati in grande equilibrio…
Uno spettacolo triste, uno spettacolo crepuscolare, uno spettacolo che avremmo voluto per sempre consegnato agli archivi dell’Istituto Luce.
Prendiamo un respiro. Ne abbiamo bisogno.
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Evasione fiscale e mafie
21 agosto 2010
L’evasione fiscale è una vera e propria economia sommersa, che non solo costituisce un vero e proprio furto, ma altera la percezione della realtà economica e sociale di un Paese. Secondo le stime Istat siamo a circa 250 miliardi di euro, vale a dire il 17% della ricchezza nazionale italiana. Ogni altra considerazione svanisce di fonte a questi dati: le varie “manovre” governative, i “risparmi” dei ticket, il guadagno legittimamente raggiunto attraverso produttività ed efficienza. Si veda, appena pubblicato da Il Mulino (9,80 €) L’evasione fiscale di Alessandro Santoro.
Pochi giorni fa la Dia ha scoperto che nella piccola città di provincia da cui scrivo erano arrivate a due banche 300 miliardi di dollari (denaro sporco) per l’acquisto di due tonnellate d’oro.
Il volume d’affari delle ecomafie è stimato in 20,5 miliardi di euro. Sono scomparsi nel nulla in un anno 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. Potrebbe costituire una montagna larga tre ettari e alta 3.100 metri.
**************** Immobilità diffusa 8 agosto 2010L’Australia ha creato una struttura orientata al settore della conoscenza, con un settore specificatamente rivolto aprodurre e vendere istruzione terziaria nel mercato internazionale, con una quota dell’export totale pari al 6% dell’intero export, e all’1,1% del Pil. Sempre in Australia il 42% degli immigrati ha un titolo di istruzione terziaria(2008). Per ogni “cervello” che parte ne arrivano in Australia 12 (5 in Canada; 20 negli Usa).
Il capitale umano rappresenta una risorsa che abbiamo sin troppo trascurato nel nostro Paese. Ne fa le spese la scuola, che presenta ritardi e diseguaglianze molto forti. Ma che presenta anche punte di eccellenza: si veda Piero Cipollone e Paolo Sestito, Il capitale umano, Il Mulino 2010.
Siamo un Paese nel quale la mobilità sociale è molto bassa. La situazione familiare (titolo di studio, occupazione e ricchezza dei genitori) predetermina in molti casi il destino dei figli: dal rendimento scolastico alla probabilità di abbandonare gli studi e all’ingresso nel mondo del lavoro. Dovrebbe essere compito della scuola e in generale della Repubblica (come dice la Costituzione) “rimuovere gli ostacoli” al miglioramento culturale e sociale, dando davvero spazio a una autentica concezione di libertà (non predeterminata dalle condizioni di partenza). Daniele Checchi (Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia, Il Mulino 2010) mette bene in evidenza come esistano due priorità fondamentali: combattere la povertà nell’infanzia, che genera esclusione, e incoraggiare i giovani nel periodo della formazione. O è meglio avere generazioni passive, poco acculturate, manipolabili?
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Lucignoli, pinocchi e omini di burro 25 luglio 2010Emergenza educativa, disoccupazione giovanile, crisi economica e calo della nostra competitività. Ci sarebbero altre voci connesse, ma già queste possono bastare.
È vero che in giro ci sono molti Lucignoli, e che per ogni Lucignolo già transitato al paese dei balocchi c’è almeno un Pinocchio intenzionato ad andarci. Le statistiche sul numero di giovani che non studiano, non lavorano né cercano un impiego stanno a dimostrarlo.
Ma dovremmo anche parlare dell’Omino di Burro. Che in tutto questo ci guadagna, eccome. Mandando in pezzi alcune generazioni, e il Paese.
L’Italia è stato il primo Paese a costruire sistemi di collegamento telefonico via satellite (Telespazio, Piana del Fucino). Il terzo Paese a inviare satelliti nello spazio (il San Marco, dopo Usa e Urss). Il primo Paese a produrre un calcolatore con interfaccia a segnali luminosi (Elea 9000, della Olivetti, design di Sottsass, 1959). Siamo stati all’avanguardia nella chimica, la fisica, l’ingegneria…
Negli ultimi trenta anni abbiamo perso una posizione dopo l’altra. Ci sono state “industrie” che hanno avuto successo, prodotto soldi e potere. Ma non benessere per il Paese. I soldi si sono fatti comprando telefilm americani e format vari, gestendo l’etere e l’immaginario delle persone, ubriacando di pubblicità la televisione. Si sono generate caste che vivono di favori reciproci per poter essere nel “giro”. E si è sviluppata la necessità di un “parco” di persone che non devono né studiare né lavorare per poter mantenersi nello stato di trance televisiva e consumare.
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Scelte di vita 18 luglio 2010Daniela Tobagi, figli di Walter, il giornalista del “Corriere della Sera” ucciso il 28 maggio 1980 dai terroristi di sinistra “Brigata XXVIII marzo” ricorda (Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi 2010) i toni astiosi usati in quel periodo da una allora giornalista di estrema sinistra. L’allora giornalista scriveva su “Il Manifesto” e accusava duramente Tobagi, per la sua precedente esperienza al quotidiano “Avvenire”, di essere come il Cardinal Richelieu un abile tessitore di alleanze tra Craxi e Montanelli.
Daniela Tobagi fa notare che questa persona era giornalista politicamente molto schierata su di un fronte estremo come “Il Manifesto”, mentre poi la si ritroverà in “Forza Italia”.
Ora, ciascuno è naturalmente libero di cambiare idea durante il suo percorso di vita. Ma ciascuno è anche libero di riflettere sulle modalità di questi cambiamenti, specialmente quando non sono limitati a pochi casi.
Il caso ricordato da Daniela Tobagi è tutt’altro che isolato, ma molto esemplare. Ecco una breve sintesi: negli anni Settanta quella che scriveva contro Tobagi era di sinistra estrema, di quelli che ritenevano traditore il Pci di Berlinguer. successivamente entra nelle istituzioni facendosi eleggere con la lista Antiprobizionisti sulla droga. Nel 1992 è eletta alla Camera con Rifondazione Comunista. Nel 1993 è candidata sindaco di Milano con una lista civica appoggiata dai Radicali. Non raggiunge neppure il 3% e una improvvisa conversione sulla via di Damasco la porta nel 1994 a farsi eleggere con Forza Italia. Un percorso fatto da molti altri.
Tutto legittimo, per carità. Qualche dubbio rimane per non pochi personaggi: sia sulla solidità delle adesioni a gruppi estremisti che hanno anche flirtato con l’uso della violenza, sia sull’approdo a sponde bene accoglienti verso transfughi da variegate esperienze politiche, pronti a un candido lavaggio delle vesti e a divenire implacabili custodi del padrone di turno.
A confronto dà molto maggiore senso di serenità il fatto che Benedetta Tobagi abbia potuto fare, come molti altri studenti delle superiori, incontri con persone affidabili:
“un buon insegnante può cambiarti la vita, e io ho incontrato un professore di filosofia che mi aiutato a dare forma ai miei pensieri che mi si agitavano dentro in maniera confusa fin dalla prima adolescenza. Ero affamata di padre e fu una vera fortuna trovare un maestro così… La complessità del mondo può essere spaventosa, ma l’esercizio del pensiero permette di tessere sottilissime reti d’oro da gettare sulla realtà per poterla abitare”.
Tutto legittimo appunto, ma certamente non tutto eguale. Scelte di vita.
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La famiglia. Come? 11 luglio 2010La scrittrice Flannery O’Connor ha detto che chiunque abbia vissuto in una famiglia dopo il settimo anno di età ha certamente qualcosa di cui scrivere.
“Casa è dove qualcuno si accorge della tua assenza” (Vladimir Brik, protagonista de Il progetto Lazarus, di Aleksander Hemon.
Occorre valorizzare la convivialità e il dialogo tra generazioni. Tutti hanno da imparare da tutti. È bello offrire esempi e consigli, avere esperienze da scambiarsi, aprirsi, confidarsi, accogliersi nelle case. Troppi giovani vivono nel più piatto presente. Mancano di radici e progetti. Non conoscono neppure le storie dei loro nonni, dei bisnonni. Non ne conoscono neanche il nome. La conoscenza del passato è fondamentale per un’esistenza equilibrata” (don Mario Picchi, da una lettera a FC scritta pochi giorni prima della morte) FC 24 2010
Secondo Alessandro Manzoni, ne I Promessi Sposi, Renzo e Lucia sono due giovani ventenni. Lui ha un lavoro stabile ed entrambi sono pronti a convolare a nozze ed anche –sia pur senza averlo desiderato – in grado di affrontare complesse prove che la vita sta per mettere loro di fronte.
Nella versione musicale messa in scena allo Stadio Meazza di Milano e a settembre su Rai Uno Lucia è interpretata da Noemi Smorra, 27 anni, e da Graziano Galatone, 37 anni.
Sarà un segno dei tempi. È dunque vero che oggi si rimane “precari” molto più a lungo.
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La Costituzione è un impaccio? 4 luglio 2010In un pianeta del nostro sistema solare vive un Presidente del Consiglio che ritiene di non avere a disposizione sufficienti poteri per governare, per colpa di una Costituzione che prevede (molto stranamente in effetti) che una disposizione di legge, una volta nata nella mente del Capo, debba poi attraversare una noiosa serie di passi parlamentari.
Alcuni storici sostengono, non sappiamo quanto a ragione, che in quello stesso Pianeta siano vissuti statisti che lo hanno governato con la stessa Costituzione, nonostante le maggioranze parlamentari molto più ridotte, il clima internazionale di scontro per la guerra fredda, un partito comunista molto forte, nostalgici della monarchia, terroristi di destra e di sinistra. Questi statisti, sostengono alcuni storici, avrebbero fatto riemergere quel Paese da una dittatura sciagurata, da una guerra mondiale disastrosa, da conflitti sociali molto forti, avviando la ricostruzione, un miracolo economico, l’avanguardia nella tecnologia, la scuola di massa.
La democrazia è nata come necessità da parte del potere di occuparsi di cosa pensano i cittadini Per qualcuno va interpretata come la necessità da parte del potere di occuparsi di cosa far pensare ai cittadini..
Il creato, un dono da custodire
Il 1° settembre la Chiesa in Italia celebra la 5ª Giornata per la salvaguardia del creato. “Custodire il creato, per coltivare la pace” è il tema del messaggio dei vescovi italiani per la Giornata 2010. L’aver voluto interpretare il “salvaguardare” con il “custodire”, richiama il coltivare e il custodire della Genesi, il promuovere e il proteggere, e non solo la preoccupazione a non rovinare un qualcosa che ci è stato affidato.
«Il creato è dono di Dio per la vita di tutti gli uomini», ha commentato mons. Angelo Casile, direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro perciò «a motivare il nostro impegno per il creato è la passione verso l’uomo, la ricerca della solidarietà a livello mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune, vissuti nella fede e nell’amore di Dio». La responsabilità per il creato della Chiesa consiste nel difendere «la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti» e nel «proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso». «Se si avvilisce la persona – sottolinea il direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro , si sconvolge l’ambiente e si danneggia la società, è necessario quindi educarci ad una responsabilità ecologica che “affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura”», come si legge nell’enciclica Caritas in veritate.
Il credente dunque deve guardare alla natura con riconoscenza e gratitudine verso Dio, per questo non la considera un tabù intoccabile o tanto meno ne abusa con spregiudicatezza. In sostanza, l’approccio cristiano mette Dio creatore al primo posto, l’uomo come prima creatura e il creato come dono di Dio all’uomo, perché nel creato l’uomo, ogni uomo, tutto l’uomo si sviluppi e faccia sviluppare il creato stesso in tutte le sue componenti: uomini, animali, piante; la visione cristiana è il camminare insieme dell’uomo e dell’ambiente verso Dio. Nel messaggio Custodire il creato, per coltivare la pace i vescovi italiani ci invitano ad “accogliere e approfondire, inserendolo nel agire pastorale, il profondo legame che intercorre fra la convivenza umana e la custodia della terra”. È un impegno prezioso per noi, per la nostra terra e per le future generazioni.
L’obiettivo generale è quello di promuovere un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”, come scriveva Giovanni Paolo II nella Centesimus annus. Obiettivi particolari si concretizzano: nel riflettere, aiutati da esperti teologi, sul rapporto vitale tra l’uomo, l’ambiente e Dio, nell’ottica della responsabilità di ciascuno; nella promozione di nuovi stili di vita che utilizzano con maggior sobrietà le risorse energetiche, per contenere le emissioni di gas serra, ma anche per la vivibilità delle nostre città; nella diffusione di studi sul miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, anche per gli spazi delle nostre comunità; sulla possibilità di far avanzare la ricerca di energie alternative e la promozione dell’energia eolica, solare e geotermica per il riscaldamento e l’illuminazione; sul sostenere e praticare nelle nostre comunità la raccolta differenziata dei rifiuti, il riuso dell’usato.
Benedetto XVI nella Caritas in veritate invita ad “avvertire come dovere gravissimo quello di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla”. L’espressione “dovere gravissimo” esprime una qualifica etico-teologica molto forte, che il Concilio Vaticano II usa per esprimere l’obbligo dell’educazione che i genitori hanno nei confronti dei loro figli, della solidarietà che le nazioni ricche hanno verso i popoli in via di sviluppo, della promozione della pace in tutti gli uomini. Perciò è necessario educarci e educare a una grande attenzione nei confronti del creato, pensando che esiste una grande reciprocità tra noi, il creato e Dio.
Non so: dunque non sono
“Sono informato e dunque sono”: è la storia a suggerirci questa constatazione. Ancor più evidente è la versione negativa. E cioè: “Non sono informato e dunque non sono, non esisto”. Penso ai milioni e milioni di persone che nel secolo scorso andarono a morire nel nome di ideali che in realtà erano traditi da chi li mandava al massacro: essi, i poveri soldati o i costruttori di opere faraoniche senza senso, o i lavoratori convinti che i padroni avessero sempre ragione e che dunque bisognava accettare salari di fame o che per andare in paradiso bisognava rassegnarsi alla miseria, tutti costoro furono vittime di mancanza di informazioni sulla realtà. La loro icona più celebre e più dolorosa è quella dei tre o quattro soldati giapponesi, che continuarono a vivere per trent’anni nelle giungle di qualche isola dell’Estremo Oriente, in una spaventosa solitudine e regrediti allo stato di uomini dell’età della pietra, perché mancavano di due informazioni essenziali; che il loro imperatore non era un dio invincibile e che la guerra era terminata.
Non sono soltanto realtà lontane negli anni e nei secoli. Milioni di esseri umani muoiono oggi perché le grandi imprese farmaceutiche negano informazioni sui farmaci che potrebbero salvarli. Milioni di esseri umani non sono in grado di sviluppare i loro talenti perché l’analfabetismo li priva delle necessarie informazioni sugli strumenti per svilupparli: a ragione Saint-Exupéry parlava di “piccoli Mozart assassinati”: un immenso giacimento culturale ed etico ridotto a cimitero.
Senza informazioni o con informazioni ridotte o con informazioni falsate non esistono vere democrazie. Non è possibile, infatti, valutare idee programmi persone, dunque non è possibile scegliere, non è possibile verificare i risultati delle proprie scelte. La mancanza di informazioni copre potere occulti, criminalità, massonerie, superstizioni. Chi manca di informazioni si aggira in un labirinto costellato di trappole, in cui la luce del sole non penetra mai.
Chi ci nega informazioni sta dicendoci: tu non sei degno di sapere, sei incapace di comprendere, sei un immaturo, sei una persona di serie B (o C o peggio); hai bisogno che ti dica io cosa devi sapere e dunque cosa devi pensare. Ogni censura è un coltello alla gola della nostra libertà. Chi ci nega informazioni è uno che cerca di diventare nostro padrone – o di rinsaldare il suo potere.
Non possiamo sperare di ricevere informazioni veritiere per sovrana concessione. Anche le notizie che ci vengono date o che abbiamo appreso non sono verità assolute. Abbiamo bisogno di verificare le fonti delle informazioni raccolte, di pesare le notizie confrontandole fra loro. Dobbiamo ricordarci che le voci di chi “non conta”, di chi è povero, di chi ha fame e sete di giustizia sono spesso esili o imbavagliate. Cercare informazioni è un lavoro difficile ma significa cercare la verità, che è la missione del giornalista ma anche di ogni uomo.
(Questo testo è tratto da una riflessione dello scrittore Ettore Masina sui rischi che corre la libertà di informazione nel nostro Paese: dalla questione dell’inasprimento delle tariffe postali, che colpisce in particolare la piccola editoria, ai diversi tentativi di limitazione del diritto di cronaca. Vedi: www.ettoremasina.it)
27 agosto 2010
Ora, più che mai, è tempo di dialogo
C’è un’immagine simbolica che adorna l’ingresso degli uffici centrali del Patriarcato ecumenico a Istanbul. Si tratta di un magnifico mosaico che ritrae Gennadios Scholarios, il primo Patriarca ecumenico del periodo dell’occupazione ottomana. Il Patriarca riceve dal sultano Maometto II il «firmano», un documento legale che garantisce il proseguimento e la tutela della Chiesa ortodossa per il periodo del dominio ottomano. Ritrae l’inizio di una lunga coesistenza e di impegno interreligioso.
Il Patriarcato ecumenico è sempre stato convinto del proprio ampio ruolo e della propria responsabilità ecumenica. Questo ispira i suoi sforzi indefessi per l’unità ortodossa nel mondo nonché i suoi sforzi pionieristici per il dialogo ecumenico. Fra gli aspetti più importanti di questo dialogo ricordiamo lo storico incontro fra il Patriarca ecumenico Atenagora e Papa Paolo VI nel 1964, che portò a una reciproca soppressione degli anatemi lanciati a partire dal 1054, e anche l’incontro, altrettanto storico, tra Giovanni Paolo II e il nostro predecessore, il Patriarca ecumenico Demetrios, nel 1979, che condusse all’annuncio di un dialogo teologico fra le nostre due Chiese. La visita di Benedetto XVI in Turchia nel 2006, in risposta al nostro invito a partecipare alla festa di sant’Andrea apostolo, ha portato a un rinnovamento dell’impegno per il dialogo.
Tuttavia non abbiamo mai limitato questi impegni solo alle confessioni cristiane. Il Patriarcato ecumenico, trovandosi al crocevia di continenti, civiltà e culture, è stato sempre un ponte di collegamento fra cristiani, musulmani ed ebrei. Dal 1977 promuove un dialogo religioso bilaterale con la comunità ebraica (su certi aspetti quali la legge, la tradizione e la giustizia sociale); dal 1986 è in dialogo interreligioso bilaterale con la comunità islamica (su pace, giustizia e pluralismo); e dal 1994 organizza una serie di incontri internazionali per approfondire il dialogo fra cristiani, musulmani ed ebrei (sulla tolleranza).
I rappresentanti religiosi hanno la particolare responsabilità di non provocare e di non ingannare. La loro integrità svolge un ruolo vitale nel processo di dialogo. Alla metà del XIV secolo, san Gregorio Palamas, arcivescovo di Tessalonica, si impegnò in dibattiti teologici con importanti rappresentanti dell’islam. Uno di essi auspicò l’avvento di un tempo in cui la comprensione reciproca sarebbe stata il tratto distintivo dei seguaci di entrambe le religioni. San Gregorio concordò, osservando che prima o poi quel tempo sarebbe giunto. Ora desideriamo con umiltà che quel tempo sia il nostro. Ora, più che mai, è tempo di dialogo.
Non siamo così ingenui da pensare che questo dialogo non abbia un prezzo o non faccia correre dei pericoli. Ha con sé sempre un rischio avvicinare un’altra persona, un’altra cultura e un altro credo. Non si sa mai cosa aspettarsi: l’altro sarà sospettoso? Penserà che voglio imporgli il mio credo o il mio stile di vita? Comprometterò o addirittura perderò ciò che è unico della mia tradizione? Qual è il terreno comune sulla cui base possiamo dialogare? E quali saranno i risultati del dialogo? Ci poniamo questi interrogativi quando tentiamo il dialogo. Ciononostante, riteniamo che se si aprono la mente e il cuore alla possibilità di dialogo avviene qualcosa di sacro. Quando la volontà di accogliere l’altro è autentica, al di là di qualsiasi timore o pregiudizio, scocca una scintilla mistica e prende il sopravvento la realtà di qualcosa, o di Qualcuno, che è molto più grande di noi. Dunque, riconosciamo che i benefici del dialogo superano i rischi. Siamo convinti che, nonostante le differenze culturali, religiose e razziali, siamo ora più vicini di quanto avremmo mai potuto immaginare.
(Venerdì 20 agosto il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, ha ricevuto la laurea honoris causa all’Università cattolica «Giovanni Paolo II» di Lublino, in Polonia. Durante la cerimonia, il Patriarca ha pronunciato un discorso, intitolato L’imperativo del dialogo interreligioso nel mondo moderno, del quale pubblichiamo ampi stralci).
25 agosto 2010
Diventiamo grandi insieme!
I ragazzi al centro: questo il fil rouge che lega l’esperienza dei campi nazionali dell’ACR all’incontro del 30 ottobre. Da Pietralba a Opi, dal Triveneto all’Abruzzo-Molise, i membri di equipe, i responsabili e gli assistenti diocesani e regionali, sono stati chiamati a fissare lo sguardo sui bambini e ragazzi che sono loro affidati e a riflettere sulle sfide e prospettive del nostro servizio educativo.
Per farlo si è cercato di leggere il protagonismo dei ragazzi alla luce delle mete del Progetto Formativo della nostra associazione e di riflettere sull’Iniziazione Cristiana, soprattutto all’inizio di un decennio dedicato all’educazione. L’ACR è, infatti, da sempre a servizio dell’IC, facendo riferimento in particolare all’iniziazione dei bambini, anche piccolissimi, dei ragazzi e dei preadolescenti. Introdurre i ragazzi, iniziarli, all’esperienza della vita in Cristo è ciò che l’ACR riconosce e sceglie come missione propria. L’AC, infatti, non si preoccupa di inseguire un suo progetto di educazione dei ragazzi, ma condivide la fatica che la Chiesa Italiana oggi sta facendo di comunicare il Vangelo alle nuove generazioni. Due sono le direzioni di questo impegno: da un lato la necessità di valorizzare maggiormente la dimensione esperienziale, dall’altro quella dell’attenzione alla persona.
Da questo deriva l’importanza per l’ACR di testimoniare la propria fedeltà al Vangelo insieme alla fedeltà ai ragazzi e alle ragazze delle nostre comunità… una doppia fedeltà che permetta all’ACR di raccogliere le questioni e la complessità dell’aiutare i ragazzi a diventare cristiani nella consapevolezza che la fede cristiana è per l’oggi e per il domani e, dunque, non solo per il passato. Un’ACR capace di vivere così il primo annuncio a misura di bambino: “quello che sei e che vivi è importante anche per noi, ciò che desideri ci sta a cuore e, proprio per questo, viviamo la pazienza di riconoscere ed interpretare tutto ciò alla luce della Parola del Signore”.
Una riflessione che non si ferma certo al tempo estivo, ma che conduce direttamente all’appuntamento straordinario di “C’è di più. Diventiamo grandi insieme!”, in cui i bambini e i ragazzi potranno dire alla Chiesa e alla città di Roma il loro desiderio di seguire il Signore della vita e di portare a tutti la bellezza dell’incontro con lui.
21 agosto 2010
Alzare lo sguardo per rialzare l’umanità
“Se, in positivo, tale percezione vede accresciuti, infatti, il riconoscimento e la promozione della dignità e della libertà di ciascuno, all’opposto è ferita da un individualismo che ci isola, ci divide ed esaspera i conflitti. In un tempo di esaltazione dell’autonomia e della libertà individuale, impera sottovalutato un pensiero unico, diffuso dalla cultura della comunicazione nel suo intreccio con le esigenze del mercato e del consumo. A uscirne umiliata non è soltanto la corporeità, ma anche l’interiorità della persona. Questa deriva è riconoscibile nello spreco di vita, di tempo, di risorse e di possibilità, che si verifica quando ci si chiude nel circolo vizioso della smania di evasione, di piacere, di divertimento a tutti i costi, noncuranti dei drammi che si consumano dietro l’angolo, se non addirittura che si arrecano. Analogamente avviene quando, nella gestione della cosa pubblica, la lotta a difesa di interessi personali o di gruppo si trasforma in uno scontro di veti incrociati, che paralizzano la ricerca del bene comune; o quando, nell’esercizio di una responsabilità o nell’espletamento di un compito all’interno di un’organizzazione sociale, il sottrarsi al proprio dovere vanifica prestazioni e servizi attesi e sperati. Sono, questi, solo alcuni casi tipici di un andazzo che rimpicciolisce il nostro cielo, rendendo irrespirabile la convivenza”.
A queste parole del Segretario della CEI, fanno eco quelle pronunciate dall’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, durante l’omelia del Pontificale dell’Assunta in Duomo: “Il rischio che tutti corriamo – ha detto – è di guardare in basso, solo in basso, imprigionati e rovinati come siamo dal nostro io” . “Un io – ha proseguito – che ripiegandosi su se stesso tende ad assolutizzarsi, a configurarsi come un ‘idolo da adorare e per il quale si è disposti a sacrificare tutto. Ma un io così inquina il rapporto essenziale che ciascuno di noi ha con gli altri: siamo fatti per l’incontro e la relazione. Quando però prevale l’affermazione del proprio io, la sensibilità verso l’altro diviene indifferenza, l’impegno verso l’altro non è più percepito e vissuto come responsabilità”. Occorre quindi guardare agli altri senza rinchiudersi nell’individualismo, nell’egoismo, nell’io diffuso nella politica come nella famiglia, nel sindacato, nell’impresa, nella società. “Questo atteggiamento – ha continuato l’arcivescovo – è altrettanto grave e dagli effetti altrettanto devastanti quando è realizzato da coloro dai quali invece ci si attenderebbe un contributo decisivo alla costruzione del bene comune”.
Quali risposte a questa situazione? Se da un lato Mons Crociata dice che:
“ Bisognerebbe innanzitutto intendere l’indole spirituale del malessere che ci affligge: siamo poveri di idealità, di pensiero, di orizzonti, di speranza. Non bastano tecniche e programmi, peraltro necessari; ci vogliono persone rinnovate, come ci ricorda Benedetto XVI: «Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune». ed invita ad imitare “
Maria, associata in modo unico e singolare alla vittoria del suo Figlio sul male e sulla morte, è la prima cellula di una nuova umanità”, dall’altro il Card. Tettamanzi ha concluso l’omelia dicendo che ricostruire il rapporto con Dio “è la strada maestra da seguire per ricostruire il legame autentico con gli altri”. E quindi, “paradossalmente, solo lo sguardo in alto rende possibile lo sguardo verso gli altri e verso il basso, verso la terra e i suoi problemi”. E ancora questa affermazione trova un perfetta risonanza nella parole conclusive dell’editoriale di Mons Crociata : “Solo un simile sguardo ci fa crescere, propiziando una mobilitazione interiore della persona e il superamento di ogni forma di isolamento, così da riconoscersi nella rete di solidarietà umana in cui siamo costituiti per nascita e destino”
Sono spunti che in questi gironi estivi possono aiutare le riflessione e , speriamo, suscitare rinnovato impegno nelle nostre associazioni che hanno molto da offrire perché la mentalità diffuso possa assumere dimensioni positive volte alla costruzione del bene comune.
17 agosto 2010
In agenda: Anno Internazionale della Gioventù
Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon nel suo messaggio augurale ha scritto: «In un mondo nel quale diversi popoli e tradizioni si avvicinano gli uni agli altri, con contatti sempre più frequenti rispetto al passato, è cruciale che le giovani generazioni imparino come prestare ascolto, immedesimarsi negli altri, riconoscere opinioni divergenti, e siano in grado di risolvere i contrasti per questo è necessario includere i giovani nelle politiche, nei programmi e nei processi decisionali da cui il loro e il nostro futuro trarranno vantaggio». Questo è possibile solo se l’Anno non sarà solo celebrativo o di facciata ma sarà veramente occasione di dialogo costruttivo e di azioni concrete.
Nel corso di questo’anno quindi i governi, le organizzazioni giovanili, scuola ed università e società civile sono incoraggiati a organizzare attività che promuovano una maggiore consapevolezza dell’importanza e dei benefici derivanti dalla partecipazione giovanile in tutti i settori della società. Sono inoltre necessarie attività che aiutino i giovani a investire la loro energia, il loro entusiasmo e la loro creatività nello sviluppo e nella promozione della comprensione reciproca.
Molti eventi a livello internazionale sono già stati programmati nel corso dell’anno, tra questi la Conferenza mondiale dei giovani a Città del Messico dal 24 al 27 agosto e la prima edizione dei Giochi Olimpici della Gioventù, che si terrà a Singapore dal 14 al 26 agosto che ha come obiettivo quello di ispirare i giovani di tutto il mondo ad abbracciare, fare propri ed esprimere i valori olimpici di eccellenza, amicizia e rispetto.
A Città del Messico i giovani affronteranno questioni relative all’educazione, alla salute, alla globalizzazione, allo sviluppo, alla tecnologia, ai mezzi di comunicazione ma anche a quelle relative alla fame e alla povertà, alla criminalità, all’abuso di droghe. Sono questioni ubiquitarie, quotidiane sulle quali non solo dobbiamo riflettere ma agire con proposte di vita, di dialogo e comprensione. Nelle agende dei nostri gruppi (siamo nella stagione dei programmi) non possono quindi mancare attenzione e impegno perché l’Anno della gioventù non sia bruciato nel falò del qualunquismo, del generico ed inconcludente ma segni davvero l’inizio di un protagonismo appassionato che, a partire dai giovani, possa contagiare tutte le generazioni e aprire nuovi sentieri che rispondano all’accorato appello di Benedetto XVI che a Cagliari nel settembre del 2008 invitò ad «essere capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica» che – ha sottolineato – «necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile».
Opportunità di approfondimento, di informazione, di dialogo non mancano. Intanto si potrebbe partire da una rilettura della Dichiarazione dei diritti umani, da una analisi della loro attualizzazione nel nostro paese e nel mondo, da un aggiornamento sullo stato degli Obiettivi di sviluppo Millennio collaborando con i gruppi che se ne occupano in modo specifico (Focsiv, Caritas, …), dal prevedere la partecipazione allo “Stand-up”(*) in programma a settembre, da un “ripasso” della Caritas in veritate e, perché no, da una maggiore conoscenza e attenzione di quanto sta facendo il FIAC nei vari continenti… C’è da fare!
Gigi Borgiani
(*) Cos’è lo Stand-up?
E’ la più grande mobilitazione mondiale contro la povertà. Le persone in tutto il mondo compiono il gesto di ALZARSI IN PIEDI per ricordare ai governi l’impegno di raggiungere entro il 2015 gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Le quattro precedenti edizioni hanno visto una partecipazione straordinaria: solo nel 2009 oltre 173 milioni di persone si sono alzate ovunque nel mondo. L’Italia, con 820.800 partecipanti, è risultata la prima nazione in Europa. Essenzialmente fare Stand Up significa ALZARSI IN PIEDI CONTRO LA POVERTA’, un’affermazione simbolica di grande forza e un’assunzione di responsabilità comune.
Perché si fa a settembre?
Quest’anno lo Stand Up viene anticipato a settembre perchè dal 20 al 22 settembre a New York si riuniranno tutti i Capi di Stato e di governo che hanno promesso di raggiungere gli Obiettivi del Millennio per fare il punto della situazione e progettare i prossimi passi. Per questo nei giorni precedenti, dal 17 al 19 settembre, si svolgeranno le giornate di mobilitazione Stand Up. Per chiedere all’Italia e a tutti i governi di arrivare preparati a questo Summit e di impegnarsi nella lotta alla povertà
Quest’anno in Italia e nel resto del mondo si farà Stand Up dal 17 al 19 settembre. In qualsiasi momento della giornata. Chiunque può organizzare uno Stand Up nella propria scuola, ufficio, parrocchia, sinagoga o moschea, campo sportivo o negozio, al teatro, al cinema, al centro commerciale, nelle biblioteche… ovunque! Se vuoi invece partecipare a un evento già organizzato, visita il sito www.campagnadelmillennio.it per conoscere lo Stand Up più vicino. Le persone con disabilità possono manifestare la loro partecipazione attraverso un qualunque gesto o soltanto con la propria presenza.
Quest’anno chi fa Stand Up fa sentire il suo cuore che batte forte contro la povertà e a sostegno degli Obiettivi del Millennio. Durante le giornate di mobilitazione facciamo sentire il nostro battito e la nostra voce. Create un suono ispirato agli Obiettivi del Millennio, ricreate il suono del battito e inviatelo a standup@millenniumcampaign.it Nella sezione KIT STAND UP trovate il file mp3 del battito da usare e alcune idee per realizzare il battito.
15 agosto 2010
Questa casa non è un albergo
Perché nel cuore dell’estate 150 adulti, compresi gli assistenti, e 31 ragazzi delle famiglie partecipanti si riuniscono nella bella regione della Sicilia, a Linguaglossa, in provincia di Catania, diocesi di Acireale?
La risposta è scontata: il settore adulti nazionale ha riproposto l’esperienza intensa del campo adulti. Quest’anno il confronto è avvenuto su un tema tutt’altro che facile e scontato, la sfida educativa nei legami familiari, mettendo al centro della ricerca e delle riflessioni il grande compito dell’educazione e l’esperienza delle famiglie, delle nostre prima di tutto, ma anche di quelle che quotidianamente incrociamo nella vita, facendo emergere la traccia dell’esperienza di Dio nelle domande che più frequentemente ci poniamo.
Come sono le famiglie oggi? Che relazioni si vivono tra generazioni? Qual è il valore aggiunto dello sguardo evangelico con cui leggiamo e viviamo le esperienze familiari?
Con lo sguardo trasformato da una sapiente rivisitazione dell’icona biblica della famiglia di Nazareth, dei genitori Maria e Giuseppe che cercano il figlio Gesù (Lc, 2,33-35; 39-50), si guarda alla famiglia, a tutte le famiglie, come luogo dell’esercizio dell’amore, perché persino l’Amore “viene iniziato” ad amare nella ferialità, nella semplicità della vita di ogni giorno, in cui si apprende cosa significano un bacio, una carezza, il rimettersi in piedi dopo le cadute…. Da parte dei genitori, si sperimentano, oggi come ieri, l’angoscia affannosa e la consapevolezza che il compito, che scaturisce dalla propria responsabilità, consiste soprattutto in un coeducarsi, nella fatica che adulti e giovani generazioni sperimentano insieme nell’imparare ad amare.
Agli adulti si chiede non tanto di essere dei modelli (il perfezionismo etico messo in mostra potrebbe, anzi, indurre a penosi fallimenti dell’azione educativa…) quanto di corrispondere a quel desiderio di autenticità con entusiasmo, con gioia, con quella “leggerezza” che non contraddice la fatica del compito educativo, ma che consente ai ragazzi di toccare con mano che la nostra vita adulta è piena e perciò non proietta pesi o addirittura le proprie “ombre” sui “cuccioli”, sempre più fragili, anche quando ostentano sicurezza e sono costretti ad assumere ruoli che non competono loro, perché gli adulti confondono il loro agire con quello giovanile. Se i nostri ragazzi, come si afferma, danno valore all’autenticità dei sentimenti, il nostro impegno di adulti è di curare il passaggio da un’adesione puramente emotiva ad alcuni valori ad un’interiorizzazione degli stessi, perché la virtù si caratterizzi non come un fatto “da matusa”, ma come un orientamento di ciò che è desiderabile.
Cosa occorre recuperare per il tempo a venire nei legami familiari?
Sicuramente un’armonia di linguaggi che sostituisca quel “gap” tra genitori, nonni, zii…e figli, nipoti che spesso fanno fatica a parlarsi e a capirsi; è un passaggio da un “sistema analogico” di strutturazione delle conoscenze ad un “modo digitale” tipico dell’oggi, che occorre assumere mettendosi in discussione.
Poi, più che preoccuparsi del “cosa” fanno le giovani generazioni, noi adulti abbiamo bisogno di chiederci “perché” lo fanno…, nella consapevolezza che ogni epoca di veloce transizione, come la nostra, pensa di essere la più critica!
Si ha bisogno allora di sperimentare il valore aggiunto dello sguardo evangelico con cui leggiamo e viviamo le esperienze familiari attraverso un vissuto ecclesiale rigenerante col suo stile, che risvegli il desiderio delle persone di perseguire un “fine comune” da raggiungere insieme, piuttosto che di “fini uguali” che procedono parallelamente nella famiglia, nella comunità. S’impara così a vivere il giusto senso dell’autorità nel senso etimologico dell’“augere”, del crescere, di un potere a servizio della crescita, che ha una ricaduta sul vissuto sociale, nel promuovere relazioni e azioni orientate al bene comune.
Se è vero che quasi sempre il convivere è tenuto insieme dall’amore, è altrettanto vero che l’amore si educa, perché sia sempre più con la “A” maiuscola, gratuito, autorevole, disinteressato, generoso, disposto a giocarsi tutto fino in fondo per un fine comune… Questa è la famiglia, questi sono i legami familiari… Come “valore aggiunto”, la speranza cristiana mostra in modo particolare la sua verità proprio nei casi in cui l’esperienza della fragilità può minare questi legami (bambini e adulti disabili; cura di genitori anziani, rottura di rapporti coniugali…) non avendo bisogno di nasconderla, ma sapendo accoglierla con discrezione e tenerezza, restituendola, arricchita di senso, al cammino della vita.
12 agosto 2010
Credenti e credibili
Dobbiamo ora porci come obiettivo urgente e categorico di formare le coscienze dei cristiani per edificare in loro un uomo interiore compiuto anche quanto all’etica pubblica, nelle dimensioni della veracità, della lealtà, della fortezza e della giustizia. (Giuseppe Dossetti)
È tutta mia la città? O meglio, è tutta nostra? È, la città, luogo di forte identificazione e partecipazione? È vissuta in pienezza, nei limiti e nelle ricchezze? Suscita sentimenti, passioni e azioni di bene? In preparazione ad un anno associativo che pone al centro il bene comune e che ci chiede di essere “luce nel mondo”, i giovani di Ac hanno dedicato i campi nazionali ad un tema sempre più urgente e necessario, quello di qualificare la presenza sui territori e formare la coscienza ad una cittadinanza degna del Vangelo. Una tappa che prepara anche alla prossima Settimana sociale dei cattolici di Reggio Calabria (14-17 ottobre 2010), appuntamento che cade in un frangente delicato per il Paese, in cui più che mai si avverte il bisogno di nuove generazioni pronte a spendersi per il bene di tutti.
Il percorso dei due campi (svoltisi a Fognano e Subiaco) ha avuto come punto di partenza il metodo e lo stile del discernimento. Per riabituarsi a pensare e agire insieme, per uscire dal culto dell’eroe solitario, che concepire l’edificazione della città come opera di una comunità, e non di pochi appassionati. Un esercizio difficile, spesso bypassato anche nella Chiesa, perché richiede tempo, pazienza, sintesi, ascolto sincero, rimozione dei pregiudizi.
Eppure, il discernimento comunitario è patrimonio proprio dell’Azione cattolica, che dunque è chiamata a spenderlo generosamente al suo interno, negli organismi ecclesiali e civili, nelle reti con gli altri soggetti attenti al territorio e all’educazione. In particolar modo, i giovani sono interpellati a “pensare e agire insieme” rispetto a quelle istanze sociali che più direttamente riguardano il loro futuro. Istanze nelle quali finora sono stati tenuti alla finestra. Si tratta della piaga del precariato a vita, dell’assenza di meritocrazia e mobilità sociale, si tratta dello schiaffo che rappresentano nelle nostre città i poveri, delle sfide che la globalizzazione pone e alle quali si risponde con modi e contenuti provinciali.
Non si tratta di fare opinionismo, o di prendere posizioni fondate sul nulla. Sono questioni che interpellano la qualità dei percorsi formativi. Nei due campi lo hanno ribadito numerosi ospiti, vescovi e laici, direttamente e fattivamente impegnati nel campo dell’educazione, della giustizia, della solidarietà e della crescita globale. L’incontro con il presidente nazionale Franco Miano ha permesso di mettere a punto cosa significhi in Ac una formazione che motivi all’impegno per il bene comune: una formazione che abbia in sé esperienze vaste, eterogenee e continue di servizio, in cui i gruppi dedichino del tempo anche alla realizzazione di piccoli segni di bene visibili da tutti, in cui la cura della spiritualità si intrecci costantemente con le domande che provengono dagli altri giovani del territorio.
Prioritario diviene dunque lavorare sulla qualità dei gruppi giovani di Ac, luogo in cui concretamente si può esercitare il discernimento, raccogliere vocazioni e carismi diversi, seminare segni di speranza. Costruire un buon gruppo giovani è, in modo evidente, un contributo significativo alla bellezza dei territori. Un gruppo non astratto, che si senta attratto dalla meta della santità, che oggi passa anche per scelte significative e coerenti: stili di vita sostenibili ed essenziali, priorità ai poveri, relazioni autentiche, accoglienza dei bisogni degli altri giovani, competenza e informazione sui fatti sociali, testimonianza solida nei luoghi di studio e di lavoro.
Un impegno che si radica se vissuto nella comunità ecclesiale, e fondato su una solida vita spirituale: i campi sono stati occasione di incontro con i Pastori e l’associazione delle diocesi che hanno ospitato i partecipanti, e spazi per respirare la spiritualità del monachesimo benedettino, quella della Compagnia di Gesù, e di esperienze di vita contemplativa come quella della piccola Famiglia dell’Annunziata di Montesole.
I giovani – dice la Christifideles laici – non devono essere considerati semplicemente come l’oggetto della sollecitudine pastorale della Chiesa: sono di fatto, e devono venire incoraggiati ad esserlo, soggetti attivi, protagonisti dell’evangelizzazione e artefici del rinnovamento sociale . La giovinezza è il tempo di una scoperta particolarmente intensa del proprio «io» e del proprio «progetto di vita», è il tempo di una crescita che deve avvenire «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».
È l’impegno assunto nei due campi nazionali, guidati da due testimoni come Giuseppe Dossetti e Rosario Livatino. Il quale, in una dei pochi scritti pubblici, così ci esortava: Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili.
09 agosto 2010
Disarmiamo il mondo
30 luglio 2010 – Il Vaticano ha dato il suo sostegno ufficiale ad una campagna interreligiosa internazionale che chiede ai leader del mondo di ridurre il numero di testate nucleari e le “spese militari superflue”, e di destinare il denaro risparmiato a rispondere “in maniera efficace ai bisogni umani”. In una lettera inviata al settimanale statunitense dei gesuiti, America , il presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, card. Peter Kodwo Appiah Turkson, dà il suo assenso ufficiale all’iniziativa, denominata Global Security Priorities Initiative e lanciata nel 2005. “Il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace – scrive il porporato – approva questa iniziativa ben intenzionata e offre il suo pieno supporto” all’obiettivo della campagna di “ridurre le spese per gli armamenti nucleari e indirizzare i fondi risparmiati agli aiuti umanitari”. Per questo, conclude Turkson, il dicastero vaticano “non ha nessun problema nel promuovere la diffusione dell’appello”.
1 agosto 2010 – “Desidero esprimere vivo compiacimento per l’entrata in vigore, proprio oggi, della Convenzione sul bando delle munizioni a grappolo che provocano danni inaccettabili ai civili. Il mio primo pensiero va alle numerose vittime che hanno sofferto e continuano a soffrire gravi danni fisici e morali, fino alla perdita della vita, a causa di questi insidiosi ordigni, la cui presenza sul terreno spesso ostacola a lungo la ripresa delle attività quotidiane di intere comunità.
Con l’entrata in vigore della nuova Convenzione, alla cui adesione esorto tutti gli Stati, la Comunità internazionale ha dimostrato saggezza, lungimiranza e capacità nel perseguire un risultato significativo nel campo del disarmo e del diritto umanitario internazionale. Il mio auspicio e incoraggiamento è che si continui con sempre maggior vigore su questa strada, per la difesa della dignità e della vita umana, per la promozione dello sviluppo umano integrale, per lo stabilimento di un ordine internazionale pacifico e per la realizzazione del bene comune di tutte le nazioni” (Benedetto XVI, Angelus, domenica 1 agosto).
Due buone notizie, due occasioni per ripeterci che la perseveranza ottiene e che l’impegno costante per la giustizia e la pace può portare i frutti che desideriamo. Le parole del Papa esprimono quanto a tutti i livelli, comprese le purtroppo non sempre appoggiate campagne contro le armi o contro la miseria o a favore dei diritti, è stato fatto in molte parti del mondo. Benedetto XVI non ha mai perso occasione per richiamare l’attenzione degli Stati sulla questione della rincorsa agli armamenti e sulle condizioni che continuano a provocare conflitti.
“ Un quarto ambito che, dal punto di vista morale, merita particolare attenzione è la relazione esistente tra disarmo e sviluppo . Suscita preoccupazione l’attuale livello globale di spesa militare”: così scriveva il Papa nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2009; e, nel 2008, aveva scritto: “Su un piano più generale, si deve registrare con rammarico l’aumento del numero di Stati coinvolti nella corsa agli armamenti : persino Nazioni in via di sviluppo destinano una quota importante del loro magro prodotto interno all’acquisto di armi. In questo funesto commercio le responsabilità sono molte: vi sono i Paesi del mondo industrialmente sviluppato che traggono lauti guadagni dalla vendita di armi e vi sono le oligarchie dominanti in tanti Paesi poveri che vogliono rafforzare la loro situazione mediante l’acquisto di armi sempre più sofisticate. È veramente necessaria in tempi tanto difficili la mobilitazione di tutte le persone di buona volontà per trovare concreti accordi in vista di un’efficace smilitarizzazione , soprattutto nel campo delle armi nucleari”. Nel corso dell’Angelus domenicale del 18 novembre 2007 Papa Benedetto XVI ha rivolto un appello alla Conferenza degli Stati contro le mine antiuomo , riunitasi in Giordania, “affinché questo strumento venga bandito per sempre, onde evitare numerose morti, tra le quali quelle sempre più spesso dei bambini”. Il Papa interpreta i bisogni dell’uomo, noi dobbiamo fare eco alle sue parole con un’attenzione ed un impegno costante e coerente verso le questioni che più affliggono l’intera umanità. Purtroppo l’informazione che ci viene somministrata riporta o le non edificanti (proprio nel senso che non costruiscono bene comune) peripezie della nostra politica o fatti di cronaca più o meno oscuri che distraggono dai veri problemi della gente e dei popoli. A noi il dovere di ricercare fonti adeguate e di diffondere quello che in genere viene detto e scritto a margine o addirittura taciuto ostacolando e inquinando la serena convivenza. A tal proposito non nuoce ricordare quanto Benedetto XVI scrisse nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della Pace 2006 (Nella verità, la pace): “ Alla menzogna è legato il dramma del peccato con le sue conseguenze perverse, che hanno causato e continuano a causare effetti devastanti nella vita degli individui e delle nazioni. Basti pensare a quanto è successo nel secolo scorso, quando aberranti sistemi ideologici e politici hanno mistificato in modo programmato la verità ed hanno condotto allo sfruttamento ed alla soppressione di un numero impressionante di uomini e di donne, sterminando addirittura intere famiglie e comunità. Come non restare seriamente preoccupati, dopo tali esperienze, di fronte alle menzogne del nostro tempo, che fanno da cornice a minacciosi scenari di morte in non poche regioni del mondo? L’autentica ricerca della pace deve partire dalla consapevolezza che il problema della verità e della menzogna riguarda ogni uomo e ogni donna, e risulta essere decisivo per un futuro pacifico del nostro pianeta”. Le opportunità per costruire bene comune globale non mancano!
06 agosto 2010
A colloquio col presidente AC
Evasione fiscale e mafie
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Evasione fiscale e mafie
21 agosto 2010
L’evasione fiscale è una vera e propria economia sommersa, che non solo costituisce un vero e proprio furto, ma altera la percezione della realtà economica e sociale di un Paese. Secondo le stime Istat siamo a circa 250 miliardi di euro, vale a dire il 17% della ricchezza nazionale italiana. Ogni altra considerazione svanisce di fonte a questi dati: le varie “manovre” governative, i “risparmi” dei ticket, il guadagno legittimamente raggiunto attraverso produttività ed efficienza. Si veda, appena pubblicato da Il Mulino (9,80 €) L’evasione fiscale di Alessandro Santoro.
Pochi giorni fa la Dia ha scoperto che nella piccola città di provincia da cui scrivo erano arrivate a due banche 300 miliardi di dollari (denaro sporco) per l’acquisto di due tonnellate d’oro.
Il volume d’affari delle ecomafie è stimato in 20,5 miliardi di euro. Sono scomparsi nel nulla in un anno 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. Potrebbe costituire una montagna larga tre ettari e alta 3.100 metri.
**************** Immobilità diffusa 8 agosto 2010L’Australia ha creato una struttura orientata al settore della conoscenza, con un settore specificatamente rivolto a produrre e vendere istruzione terziaria nel mercato internazionale, con una quota dell’export totale pari al 6% dell’intero export, e all’1,1% del Pil. Sempre in Australia il 42% degli immigrati ha un titolo di istruzione terziaria (2008). Per ogni “cervello” che parte ne arrivano in Australia 12 (5 in Canada; 20 negli Usa).
Il capitale umano rappresenta una risorsa che abbiamo sin troppo trascurato nel nostro Paese. Ne fa le spese la scuola, che presenta ritardi e diseguaglianze molto forti. Ma che presenta anche punte di eccellenza: si veda Piero Cipollone e Paolo Sestito, Il capitale umano, Il Mulino 2010.
Siamo un Paese nel quale la mobilità sociale è molto bassa. La situazione familiare (titolo di studio, occupazione e ricchezza dei genitori) predetermina in molti casi il destino dei figli: dal rendimento scolastico alla probabilità di abbandonare gli studi e all’ingresso nel mondo del lavoro. Dovrebbe essere compito della scuola e in generale della Repubblica (come dice la Costituzione) “rimuovere gli ostacoli” al miglioramento culturale e sociale, dando davvero spazio a una autentica concezione di libertà (non predeterminata dalle condizioni di partenza). Daniele Checchi (Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia, Il Mulino 2010) mette bene in evidenza come esistano due priorità fondamentali: combattere la povertà nell’infanzia, che genera esclusione, e incoraggiare i giovani nel periodo della formazione. O è meglio avere generazioni passive, poco acculturate, manipolabili?
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Lucignoli, pinocchi e omini di burro 25 luglio 2010Emergenza educativa, disoccupazione giovanile, crisi economica e calo della nostra competitività. Ci sarebbero altre voci connesse, ma già queste possono bastare.
È vero che in giro ci sono molti Lucignoli, e che per ogni Lucignolo già transitato al paese dei balocchi c’è almeno un Pinocchio intenzionato ad andarci. Le statistiche sul numero di giovani che non studiano, non lavorano né cercano un impiego stanno a dimostrarlo.
Ma dovremmo anche parlare dell’Omino di Burro. Che in tutto questo ci guadagna, eccome. Mandando in pezzi alcune generazioni, e il Paese.
L’Italia è stato il primo Paese a costruire sistemi di collegamento telefonico via satellite (Telespazio, Piana del Fucino). Il terzo Paese a inviare satelliti nello spazio (il San Marco, dopo Usa e Urss). Il primo Paese a produrre un calcolatore con interfaccia a segnali luminosi (Elea 9000, della Olivetti, design di Sottsass, 1959). Siamo stati all’avanguardia nella chimica, la fisica, l’ingegneria…
Negli ultimi trenta anni abbiamo perso una posizione dopo l’altra. Ci sono state “industrie” che hanno avuto successo, prodotto soldi e potere. Ma non benessere per il Paese. I soldi si sono fatti comprando telefilm americani e format vari, gestendo l’etere e l’immaginario delle persone, ubriacando di pubblicità la televisione. Si sono generate caste che vivono di favori reciproci per poter essere nel “giro”. E si è sviluppata la necessità di un “parco” di persone che non devono né studiare né lavorare per poter mantenersi nello stato di trance televisiva e consumare.
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Scelte di vita 18 luglio 2010Daniela Tobagi, figli di Walter, il giornalista del “Corriere della Sera” ucciso il 28 maggio 1980 dai terroristi di sinistra “Brigata XXVIII marzo” ricorda (Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi 2010) i toni astiosi usati in quel periodo da una allora giornalista di estrema sinistra. L’allora giornalista scriveva su “Il Manifesto” e accusava duramente Tobagi, per la sua precedente esperienza al quotidiano “Avvenire”, di essere come il Cardinal Richelieu un abile tessitore di alleanze tra Craxi e Montanelli.
Daniela Tobagi fa notare che questa persona era giornalista politicamente molto schierata su di un fronte estremo come “Il Manifesto”, mentre poi la si ritroverà in “Forza Italia”.
Ora, ciascuno è naturalmente libero di cambiare idea durante il suo percorso di vita. Ma ciascuno è anche libero di riflettere sulle modalità di questi cambiamenti, specialmente quando non sono limitati a pochi casi.
Il caso ricordato da Daniela Tobagi è tutt’altro che isolato, ma molto esemplare. Ecco una breve sintesi: negli anni Settanta quella che scriveva contro Tobagi era di sinistra estrema, di quelli che ritenevano traditore il Pci di Berlinguer. successivamente entra nelle istituzioni facendosi eleggere con la lista Antiprobizionisti sulla droga. Nel 1992 è eletta alla Camera con Rifondazione Comunista. Nel 1993 è candidata sindaco di Milano con una lista civica appoggiata dai Radicali. Non raggiunge neppure il 3% e una improvvisa conversione sulla via di Damasco la porta nel 1994 a farsi eleggere con Forza Italia. Un percorso fatto da molti altri.
Tutto legittimo, per carità. Qualche dubbio rimane per non pochi personaggi: sia sulla solidità delle adesioni a gruppi estremisti che hanno anche flirtato con l’uso della violenza, sia sull’approdo a sponde bene accoglienti verso transfughi da variegate esperienze politiche, pronti a un candido lavaggio delle vesti e a divenire implacabili custodi del padrone di turno.
A confronto dà molto maggiore senso di serenità il fatto che Benedetta Tobagi abbia potuto fare, come molti altri studenti delle superiori, incontri con persone affidabili:
“un buon insegnante può cambiarti la vita, e io ho incontrato un professore di filosofia che mi aiutato a dare forma ai miei pensieri che mi si agitavano dentro in maniera confusa fin dalla prima adolescenza. Ero affamata di padre e fu una vera fortuna trovare un maestro così… La complessità del mondo può essere spaventosa, ma l’esercizio del pensiero permette di tessere sottilissime reti d’oro da gettare sulla realtà per poterla abitare”.
Tutto legittimo appunto, ma certamente non tutto eguale. Scelte di vita.
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La famiglia. Come? 11 luglio 2010La scrittrice Flannery O’Connor ha detto che chiunque abbia vissuto in una famiglia dopo il settimo anno di età ha certamente qualcosa di cui scrivere.
“Casa è dove qualcuno si accorge della tua assenza” (Vladimir Brik, protagonista de Il progetto Lazarus, di Aleksander Hemon.
Occorre valorizzare la convivialità e il dialogo tra generazioni. Tutti hanno da imparare da tutti. È bello offrire esempi e consigli, avere esperienze da scambiarsi, aprirsi, confidarsi, accogliersi nelle case. Troppi giovani vivono nel più piatto presente. Mancano di radici e progetti. Non conoscono neppure le storie dei loro nonni, dei bisnonni. Non ne conoscono neanche il nome. La conoscenza del passato è fondamentale per un’esistenza equilibrata” (don Mario Picchi, da una lettera a FC scritta pochi giorni prima della morte) FC 24 2010
Secondo Alessandro Manzoni, ne I Promessi Sposi, Renzo e Lucia sono due giovani ventenni. Lui ha un lavoro stabile ed entrambi sono pronti a convolare a nozze ed anche –sia pur senza averlo desiderato – in grado di affrontare complesse prove che la vita sta per mettere loro di fronte.
Nella versione musicale messa in scena allo Stadio Meazza di Milano e a settembre su Rai Uno Lucia è interpretata da Noemi Smorra, 27 anni, e da Graziano Galatone, 37 anni.
Sarà un segno dei tempi. È dunque vero che oggi si rimane “precari” molto più a lungo.
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La Costituzione è un impaccio? 4 luglio 2010In un pianeta del nostro sistema solare vive un Presidente del Consiglio che ritiene di non avere a disposizione sufficienti poteri per governare, per colpa di una Costituzione che prevede (molto stranamente in effetti) che una disposizione di legge, una volta nata nella mente del Capo, debba poi attraversare una noiosa serie di passi parlamentari.
Alcuni storici sostengono, non sappiamo quanto a ragione, che in quello stesso Pianeta siano vissuti statisti che lo hanno governato con la stessa Costituzione, nonostante le maggioranze parlamentari molto più ridotte, il clima internazionale di scontro per la guerra fredda, un partito comunista molto forte, nostalgici della monarchia, terroristi di destra e di sinistra. Questi statisti, sostengono alcuni storici, avrebbero fatto riemergere quel Paese da una dittatura sciagurata, da una guerra mondiale disastrosa, da conflitti sociali molto forti, avviando la ricostruzione, un miracolo economico, l’avanguardia nella tecnologia, la scuola di massa.
La democrazia è nata come necessità da parte del potere di occuparsi di cosa pensano i cittadini Per qualcuno va interpretata come la necessità da parte del potere di occuparsi di cosa far pensare ai cittadini.
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I telegiornali e la realtà 27 giugno 2010Troppi TG nel nostro Paese si stanno occupando solo di meteo e di spiagge.
Ha scritto Maria Luisa Busi:
“L’informazione del TG1 è diventata di parte… ignora il Paese, le donne della vita reale, privilegiando la propaganda alla verifica… Le donne devono aspettare mesi per avere una mammografia, se non possono pagarsela… fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nidi non c’è posto per i figlio;… i quarantenni precari a 800 euro al mese non possono comperare neanche un divano, figuriamo mettere al mondo un figlio… centinaia do aziende chiudono, ci sono imprenditori che si tolgono la vita perché falliti. Dov’e questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quest’Italia esiste, ma il TG1 delle 20 l’ha eliminata”.
Contemporaneamente si è dimessa dal TG1. Ma il problema riguarda molti altri TG. Ci meritiamo tutti qualcosa di meglio.
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Il diritto all’informazione e alla privacy 20 giugno 2010La FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ha scritto:
“La FIEG esprime la ferma protestab per l’approvazione del ddl intercettazioni da parte del Senato. Il testo licenziato dal Senato non realizza l’obiettivo dichiarato di tutelare la privacy, ma ha semplicemente un effetto intimidatorio nei confronti della stampa… Non è possibile né pensabile, se solo si conosce l’organizzazione di un giornale, che l’editore intervenga sui contenuti degli articoli o sulle fonti delle notizie. Poco o nulla contiene il ddl in funzione di prevenire la propalazione delle notizie riservate con strumenti oggettivi e validi per tutti. Gli editori denunciano all’opinione pubblica la gravità che tale intervento assume”.
Da una intervista di Baggio a Radio Vaticana: “Chi accetta un ruolo importante nella società, deve ‘rassegnarsi’, per il bene della democrazia e della funzione di controllo, a vedere la propria privacy ridotta” e “deve dare esempio di virtù civili e di trasparenza”
I TG non possono diventare contenitori di gossip, notizie sul meteo, sport, incidenti stradali, opinioni della ‘ggente, cronaca nera e cronaca rosa. Una democrazia sana ha bisogno di una informazione libera, coraggiosa, indipendente e plurale. Il rispetto della legge e della privacy è sacrosanto, ma la privacy è cosa diversa dall’omertà e dalla censura. Che senso ha votare se non si è informati? E, a proposito di privacy, chi si occupa della privacy violata dal marketing telefonico, dalle indagini di mercato, dai sistemi di controllo della navigazione in internet? E, sempre a proposito di privacy, che si preoccupa della nostra privacy violata dalla marea di pettegolezzi su vip e vippini? Noi non vogliamo sapere nulla della loro privacy. Non vengano (loro e le tv) a disturbare la nostra.
Stampa, 5000 voci a rischio
Libertà religiosa, via per la pace
Questo è il tema scelto da Benedetto XVI per la celebrazione della 44ª Giornata mondiale per la pace del 2011. La Giornata, come si sa, si celebra dal 1968 il primo giorno di ogni anno, quasi come invito ad orientare l’impegno per il futuro, a porre le basi e far tesoro del bene e a perseverare nella lotta a quelle condizioni che ancora rendono difficile il cammino dell’umanità. La scelta del tema della libertà religiosa che il Santo Padre illustrerà nel messaggio che sarà reso noto ai primi di dicembre è un chiaro riferimento alle diverse forme di limitazione o negazione della libertà religiosa, di discriminazione e marginalizzazione basate sulla religione, fino alla persecuzione e alla violenza contro le minoranze che si registrano ancora oggi nel mondo.
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