WalkOn - Articolo su La Voce di Sarmeola

Articolo di Alberto Piovan

Campo Giovani Diocesano
Walk-on, Via Francigena

L’idea che la Diocesi di Padova ha pensato per l’estate di noi Giovani quest’anno è stata molto particolare, una proposta che guarda verso il futuro, perché articolata in tre anni: percorrere il tratto italiano della Via Francigena, dal Passo del Gran San Bernardo a Pavia (quest’anno) e successivamente i tratti Toscano e Laziale per giungere (fra due anni) a Roma!
L’idea mi cattura subito: portarmi nei luoghi che il Medioevo (ma anche i giorni nostri) ha visto pieni di pellegrini provenienti da tutta Europa, in cerca di risposte, domande, certezze, perdono…Fantastico!
Spontaneamente mi dico: “Sono molti chilometri e paesi da attraversare, ergo sarà in pullman”, ma la risposta che mi giunge non è proprio come me l’aspettavo: “Si, in parte. Il nostro sarà un pellegrinaggio e quindi lo faremo a piedi!”.
Inutile nascondere che questo aspetto ha reso la proposta ancora più affascinante e impegnativa: una bella sfida estiva quella di attraversare qualche montagna, strade, campi, risaie (e stormi di zanzare!!!) con lo stile del pellegrino.
Già, ma allora: chi è il pellegrino?
La parola Pellegrino deriva dal latino  peregrinus, da per + ager (attraverso i campi), dove indicava colui che non abita in città. La definizione di Pellegrinaggio indica dunque un “viaggio per”,, un tempo che l’individuo stralcia dalla continuità del tessuto ordinario della propria vita, per connettersi al sacro e non solo.
Ecco, proprio queste figure abbiamo cercato di essere noi 30 partecipanti, provenienti da tutta la Diocesi di Padova: ragazzi e ragazze dai 18 ai 28 anni, ognuno con la propria storia, formazione, vita, domande ed interrogativi, ma tutti nell’atteggiamento della ricerca e dell’ascolto, per cercare di scovare il Vangelo e la Sua presenza sulla nostra via. E’ così che incontriamo la generosa ospitalità di don GianCarlo che ci offre il suo patronato, donandoci la possibilità delle docce e della colazione, e non vuole niente in cambio; oppure gli Alpini che ci accolgono con la loro voglia di festa e calore umano che subito ci circondano; ed anche Carlo, un uomo seduto al bar alle due del pomeriggio, che come vede arrivare la “colonna”, ed aver intuito che siamo pellegrini, scatta in piedi per condurci presso il patronato del piccolo paese che stavamo attraversando per offrirci acqua fresca a volontà.
Queste persone sono la “Carità”, la “Fede” e la “Speranza” di cui leggiamo nelle pagine delle Scritture; sono loro che offrono tutto e non chiedono nulla in cambio, se non una preghiera, un’Ave Maria; sono loro che danno “gratis”, per la gioia che vedono poi sulle nostre labbra, provate dal sole e dalla polvere.
E’ anche grazie a loro che siamo riusciti meglio a conoscerci lungo il cammino, operazione non così facile e scontata: occorre infatti sapersi accostare e lasciarsi accostare, rallentare il proprio passo per l’altro o rendersi conto che a volte non abbiamo più forze, lasciando sfilare il gruppo. Affiancarsi ad un pellegrino è quasi un rito: si ha il timore di non avere la delicatezza e la sensibilità necessarie per potersi fare avanti e bussare ad un mondo che non solo non conosciamo, ma che in quel momento è in “intima ricerca”.
Certo, non tutti abbiamo la grazia di essere “stesi” dall’incontro col Signore (come San Paolo), ma la Sua ricerca ci può condurre vicini, sempre più in alto (proprio come Pier Giorgio Frassati ci invita nel suo motto “duc in altum: verso l’alto”), poiché non siamo forse pervasi da desideri, indici della nostra natura più intima che de-sidera, che viene dalle stelle, dall’infinito, quello stesso infinito orizzonte verso il quale miriamo (Sant’Agostino “inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te”)?
Cosa portare quindi a casa da un pellegrinaggio come questo?
Sicuramente la consapevolezza che non possiamo essere tristi (come direbbe Guccini – Gli Amici), perché siamo annunciatori della buona Novella, perché se la Fede non viene comunicata, trasmessa, allora non serve! Dovremmo essere più spesso “vaccino” e non “contagio” per gli altri, lasciando emergere il nostro essere entusiasti (en-thèos, in Dio) per ciò che ci è donato di vivere. La gioia del Signore costa, non è a basso prezzo, ma è l’unica cosa vera: tutto ciò che possiamo incontrare di diverso è solo un surrogato. Come poter dire “sono depresso, sono infelice” se so che esiste un Dio che ha dato la Sua vita per me, perché è innamorato di me?! La nostra Fede non è un’etichetta, ma è un incontro, la cui porta d’accesso è la preghiera, a cui proprio per questo serve dedicare tempo.
Il Signore ci ha creati per essere felici, perché “gioia” fa rima con “santità”, perché la Sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena, (Gv 15,11), perché come diceva P.G. Frassati “mi domandi se sono allegro; e come potrei non esserlo? Finché la Fede mi darà la forza, sempre allegro! Ogni cattolico non può non essere allegro!”