Abbiamo posto alcune domande al vescovo Antonio per aiutare gli educatori a vivere e a far vivere ai ragazzi la dimensione missionaria della Chiesa, tema del Mese degli Incontri. Il vescovo si è dimostrato molto disponibile: i dieci minuti previsti per l’intervista sono diventati ben quarantacinque, carichi di spunti, di provocazioni e di tanta speranza!
Padre vescovo, facciamo 4 conti… 71 anni d’età, 25 da vescovo, 22 a Padova… se dovesse fare il punto sul suo essere missionario/testimone nella nostra diocesi, cosa sottolineerebbe? Quali gioie? Quali fatiche?
La parola “missione” esprime per me ciò che c’è di più profondo e di più intimo nella mia vita. Quando, a 16 anni, ho avuto coscienza della mia vocazione, questa era specificatamente missionaria e se il padre spirituale non mi avesse detto di rimanere in seminario a Padova, sarei andato in un istituto missionario, anche se poi il Signore mi ha mandato lo stesso un po’ dappertutto. Ho sempre coltivato dentro di me questo senso della missionarietà, fa parte di me stesso e la interpreto alla luce della Pentecoste. La Pentecoste ha due momenti inscindibili: il primo è nel Cenacolo dove, in intimità con il Signore, ognuno riceve la forza dello Spirito; il secondo è il momento in cui si spalancano le porte e la persona va in piazza. Nella missionarietà sono presenti sempre questi due aspetti e non vi può essere il primo senza il secondo, e viceversa: sono inscindibili.
A livello diocesano io sento molto l’esigenza missionaria, cioè l’esigenza di una Chiesa che fa esperienza forte del Signore e dello Spirito e poi la annuncia a tutti, e lo fa non con il potere ma come un’esperienza forte che ha vissuto, sapendo che questa non può tenerla solo per sé. È l’immagine anche di Dio: nella Trinità, Dio poteva stare bene anche per se stesso, però, siccome la gioia è data dall’amore e l’amore è condivisione, non può rimanere chiuso in sé. Una persona che ama solo se stessa è narcisista ed egoista; la missione nasce sempre da una grande fede e da un grande amore e l’amore è espansivo. Io ho sempre pensato che la Chiesa nasca nella Pentecoste, dal cuore di Cristo e che debba espandersi dappertutto: è come una sorgente di calore che si espande ovunque.
Concretamente, questo mio pensiero si può notare guardando alla struttura che io ho voluto dare alle visite pastorali. Esse non sono mai ad una parrocchia da sola, ma all’insieme delle parrocchie del vicariato. Durante le visite pastorali cerco di incontrare tutti, le famiglie, gli ammalati, i bambini, gli adolescenti e i giovani, i ragazzi delle scuole, il mondo del lavoro, quello dello sport, è un incontro con tutte le realtà che ci sono sul territorio. La missione in fondo è questa: andare ad incontrare le persone, ascoltarle, apprezzarle, dar loro fiducia e spesso sostenerle, è cioè un dialogo con l’altro.
Ci sono poi delle esperienze molto belle, come quella dell’incontro cordiale con gli astronomi, che coltivo da 15 anni e grazie alla quale è nata una convenzione tra l’Università di Padova e la Facoltà Teologica; ogni anno mi incontro con loro e riusciamo a tessere un dialogo multidisciplinare su scienza e fede, che ha dato luogo anche ad alcuni incontri per gli insegnanti, portati avanti dal Dipartimento di Astronomia e dalla Facoltà Teologica.
Ho avuto poi a cuore anche la missionarietà riguardo al mondo e questo ha voluto dire anche occuparsi dei problemi della cooperazione internazionale, delle missioni, dei preti fidei donum (preti diocesani donati alla missione). In questo campo, una grande gioia è nata dall’apertura della missione in Asia, con tutte le difficoltà che l’ha accompagnata, perché lì non si può dire nemmeno che il Cristianesimo sia una minoranza, per esempio in Thailandia non raggiunge nemmeno l’1%. La missione è anche superare delle barriere, delle frontiere; il missionario non ha frontiere e quelle che possono sembrare delle barriere impossibili in realtà non lo sono. Missionarietà è anche capire dove c’è bisogno di noi ed essere capaci di lasciare le nostre cose e andare, senza essere attaccati a noi stessi, senza essere egoisti. Naturalmente è difficile, ma una persona non deve essere attaccata né a se stessa, né alle proprie cose, ma deve saperle lasciare e andare dove c’è più bisogno. Anche voi di Azione Cattolica dovete essere così, non ripiegati su voi stessi, ma attenti a capire dove c’è necessità e andare.
Io stesso, quando sono stato in missione, ho sperimentato come lo Spirito e il Signore aiutino a superare gli ostacoli; il missionario è anche colui che ha grande fiducia e grande coraggio, perché è sempre diretto verso nuove frontiere e ciò richiede molta fede, oltre alla capacità di leggere le situazioni e capire dove può dare il suo aiuto.
Ha qualche indicazione da dare agli educatori dell’ACR affinché svolgano bene la loro “missione”?
Certo! Probabilmente lo sanno già, ed ho avuto occasione di parlarne non molto tempo fa anche con i capi scout: prima di tutto è necessario capire bene che cosa significhi educare, perché non è sempre chiaro a tutti. L’educare non coincide con l’istruire, perché quello riguarda la cultura; educare è invece proprio in relazione alla persona, nella sua completezza e soprattutto ai valori della coscienza e quindi alle finalità. Educare, letteralmente, significa “tirar fuori”, ma vuol dire anche dare una forma alla persona. Ma quale forma? Una forma pienamente umana, e quindi cristiana. È necessario capire che cosa voglia dire essere un giovane o un ragazzo di Azione Cattolica, qual è la forma da dare; è necessario chiedersi che tipo di mentalità, di cuore, di comportamenti ha; uno dell’Azione Cattolica si dovrebbe vedere!
Educare poi implica anche un processo. Per un cristiano l’educazione è nella categoria dell’iniziazione, che significa accompagnare una persona ad assumere una forma che non è solo individuale, ma che è legata ad un individuo che fa parte di una comunità; quindi è essenziale educare alla relazione comunitaria e ad essere un soggetto comunitario, che deve uscire dal suo individualismo e dal suo narcisismo. L’Azione Cattolica è proprio questo: nello sviluppo e nell’unitarietà riproduce un sistema di iniziazione, arrivando all’adulto maturo, anche se già il ragazzo deve avere una sua forma.
Se educare vuol dire dare una forma, allora significa che l’educatore deve essere una persona esemplare, che il ragazzo deve vedere in lui un esempio e ciò lo richiama anche alla coerenza.
Quando rifletto sul compito degli educatori, uso sempre la categoria di un archetipo fondamentale: la categoria fondamentale con cui una persona si sviluppa è data dal rapporto con la figura materna e quella paterna. La figura materna, non necessariamente impersonata dalla madre, è quella figura che fa sentire la persona accolta e amata, che è l’I care inglese; l’educatore deve perciò prendersi cura del ragazzo, mostrargli che gli sta a cuore, che per lui è “qualcuno” da amare e da accogliere. La figura materna però non basta, e quella che oggi più manca, ma che è necessaria perché un ragazzo cresca, è la figura paterna. Questa figura è quella che fa sì che il ragazzo non sia attaccato solo alla figura che gli dà amore e lo accoglie, ma sia aiutato ad inserirsi nella vita, ad affrontare il mondo con le difficoltà e le crudezze che porta con sé. Se il ragazzo rimane attaccato solo alla figura che si prende cura di lui, senza mai uscire, diventa insicuro. Questo archetipo è per me, oggi, fondamentale; voler bene ai ragazzi non significa dar sempre loro ragione, è anche necessario saper dire di no, metterli così di fronte alla verità e alla giustizia, alla responsabilità e “buttarli” nella vita senza avere paura che la affrontino, con le sue difficoltà.
Oggi questo non sempre avviene e i ragazzi sono fragili, insicuri e spesso narcisisti.
L’ideale del grande pedagogista è Gesù. Nei vangeli si può notare come Gesù, quando incontra una persona, non la lascia mai uguale a prima, ma la fa sempre crescere, come ad esempio con la Samaritana: provate a notare che pedagogia ha usato Gesù con lei. Partendo dall’acqua, che è un bisogno, fa venir fuori un desiderio; da una religiosità molto superficiale, esteriore, fa crescere la fede della Samaritana e la porta a qualcosa di eccezionale, finché diventa missionaria, ed è bello vedere come questo avvenga partendo dall’acqua del pozzo. Lui è il vero educatore.
Quando Gesù incontra Zaccheo si nota come si interessi a lui: “Vengo a casa tua”. È questo, l’I care di cui parlavamo prima, il “mi stai a cuore”, e da lì sgorga tutto quello che ha fatto Zaccheo.
Si può notare come in tutti gli incontri, Gesù ha questa capacità di “tirar fuori” tutto il meglio, di liberare la persona da ciò che è sbagliato e di proporre sempre di più; anche con il giovane ricco ha fatto questo: gli ha proposto sempre di più. Il vero educatore non è quello che si “impossessa” della persona e vuole tenerla per sé, ma partendo dall’amore sa che la persona ha quelle capacità di sviluppo.
Alcune persone interpretano la vicenda del giovane ricco come un momento in cui Gesù non è stato capace di relazionarsi, di entrare in sintonia con l’altro; in realtà Gesù dimostra di rispettarne la libertà. Il vero educatore rispetta la libertà della persona; Gesù non converte nemmeno Giuda, perché l’onnipotenza di Gesù è un’onnipotenza fragile, d’amore, che non obbliga mai l’altro, che non gli toglie la libertà, che gli propone attraverso l’amore e non si impone. Se la persona si rifiuta, non c’è niente da fare e questo l’ho capito anche interessandomi di esorcismo. Negli esorcismi, per liberare una persona si ha bisogno di molto tempo, non è qualcosa di immediato, che si risolve in breve, poiché è un fatto certo che Dio rispetta anche la libertà di Satana, anche se fino ad un certo punto, perché è limitata. Nel dodicesimo capitolo dell’Apocalisse, infatti, Satana sulle dieci teste ha il diadema, che è simbolo della sovranità, mentre Maria ha la corona che è simbolo della vittoria; nel suo genere Satana è sovrano (però è limitato al numero dieci). Dio non può costringere nemmeno Satana, perché avendolo creato libero, non può togliergli in nessun modo questa libertà. L’esorcista perciò deve far soffrire Satana finché non sia lui a decidere volontariamente di abbandonare la persona. L’onnipotenza di Dio è l’onnipotenza della croce, dell’amore e l’amore non fa mai violenza all’altro; anche l’educatore può arrivare fino ad un certo punto, perché sarà per altre vie che può influire sulla libertà della persona. Questo è un tema fondamentale!
Secondo lei, che cosa significa per un ragazzo essere testimone, missionario e come può esserlo?
Prima di tutto è necessario capire che cosa significa la parola “testimone”.
Il luogo dove un testimone ha la sua valenza più piena è in un processo, il testimone è cioè colui che sa per esperienza personale quello che è accaduto; il vangelo di S. Giovanni parla molto della testimonianza e la mette sotto l’aspetto processuale.
Il ragazzo può perciò essere testimone di Gesù e della vita nuova dello Spirito se ne ha fatto l’esperienza, altrimenti non può essere testimone. Inoltre il testimone è immerso in una situazione difficile, perché può incontrare delle persone che non credono e negano quello che sta dicendo e deve perciò tenere presente di dover testimoniare anche di fronte a loro, ed è in quel momento che è fondamentale che il testimone abbia un’esperienza forte di ciò che sta dicendo. Il ragazzo, infatti, se non ha un’esperienza forte di Gesù, nel momento in cui si trova di fronte a qualcuno che non crede a quello che sta testimoniando, ha paura e non riesce più a manifestarlo, per esempio con i compagni di scuola. Il ragazzo, per essere testimone, ha bisogno di un’esperienza forte, della consapevolezza che quello di cui ha esperienza è un bene e che non deve temere di dirlo agli altri, tanto è vero che può essere anche martire.
Abbiamo bisogno di testimoni perché questa è anche la missionarietà, come diceva Paolo VI, il mondo crede nei maestri, ma in quanto sono testimoni; bisogna avere più testimoni che maestri, perché a insegnare qualcosa tutti sono capaci, ma testimoniarla è la cosa più forte.
Prima di tutto il testimone deve essere convinto intimamente delle scelte che ha fatto e poi non deve avere paura, deve essere una persona coraggiosa; senza imporsi, deve essere se stesso nel modo di parlare, nel linguaggio, nel comportamento, nel voler bene al prossimo, deve essere cioè una persona vera. Il testimone è colui che vive dei valori profondi, vive la sua fede, la speranza, il suo amore anche nelle circostanze difficili dove tutto è messo alla prova, ed è in questi momenti che è centrale la sua coerenza.
I ragazzi possono essere testimoni in famiglia, con gli adulti; hanno una capacità enorme e noi dobbiamo dire loro che possono fare un bene immenso, anche se come prima cosa devono avere una bella esperienza di quello che testimoniano, devono possedere una solida convinzione dentro; non devono avere paura di manifestarsi, di dire agli altri che sono, per esempio, chierichetti, che sono di Azione Cattolica; devono essere fieri di raccontare chi sono, devono avere una personalità, non per imporsi agli altri, ma per essere se stessi.
Cosa chiede il vescovo Antonio agli educatori e a ragazzi dell’ACR?
Agli educatori e ai ragazzi dell’ACR chiedo di avere tanta fede e tanta fiducia nelle scelte che hanno fatto, chiedo loro di tener presente che hanno fatto una bella e grande scelta, che devono avere però delle motivazioni forti dentro di loro rispetto alle scelte che hanno fatto, poiché se non ci sono queste motivazioni chiare e interiorizzate non si può andare da nessuna parte. Chiedo a tutti voi di essere la primavera della Chiesa, della società, perché sto vedendo tanto inverno, tanta freddezza, tanta aridità. Siate la primavera, che mostra la bellezza di questi fiori, il nuovo germogliare! Siate una bella primavera profumata della Chiesa e portate questo profumo, questo nuovo spirito ovunque. Ecco la testimonianza, che si impone per se stessa, proprio come un bell’albero fiorito!




