“Tosi de ciesa” è un’espressione che spesso viene usata per riferirsi ai bravi educatori dell’ACR.
A volte viene utilizzata con accezione negativa, per sottolineare che questi “tosi de ciesa” non sono poi tanto meglio di quelli che “di chiesa non sono”.
Qui l’espressione - e i contributi proposti - vogliono aiutare l’educatore a riflettere sulla Chiesa in rapporto al suo servizio educativo, ricordando che uno degli obiettivi dell’ACR è proprio quello di educare il ragazzo all’ECCLESIALITÀ, a vivere la Chiesa.
“Tosi de ciesa”, perché l’esperienza ecclesiale è una caratteristica fondamentale dei ragazzi e degli educatori dell’ACR!
I ragazzi e la vita comunitaria
a cura di Giorgio Nacci
Chissà come vedono i ragazzi le nostre comunità cristiane. Per una volta sarebbe interessante sospendere tutte le nostre letture — più o meno competenti — sul mondo dei ragazzi, su come vivono la Chiesa, per lasciar parlare loro e lasciarci dire come ci vedono. Uno sguardo purificato dalle sovrastrutture che spesso caratterizzano il mondo degli adulti potrebbe dare un’idea più realistica e autentica di come stanno le cose. Proviamo allora ad “abbassarci un po’” e a metterci accanto ai ragazzi, e osserviamo le cose dal loro punto di vista. Sgombriamo la mente dalla questione se i ragazzi siano o meno protagonisti della vita della comunità cristiana. Ce lo dice chiaramente il Concilio nell’Apostolicam Actuositatem al n. 12, dove si afferma senza equivoci che i ragazzi devono vivere nella comunità locale in modo tale da acquistare e crescere nella consapevolezza «di essere membri vivi e attivi del popolo di Dio». La questione della partecipazione dei ragazzi alla vita della Chiesa non è da porsi, quindi, tanto sul piano teorico, ma piuttosto sulla prassi di questa appartenenza.
Essere comunità oggi, però, non è così semplice. Basta guardare le esperienze di vita insieme che i ragazzi si trovano a vivere quotidianamente: la famiglia, la scuola, la città, il gruppo di amici, la parrocchia. Tutte esperienze in cui si registra una forte fatica a vivere insieme, a condividere. I ragazzi, figli del nostro tempo, si trovano ad abitare questi ambienti di vita il più delle volte come se
fossero soli, vittime di un individualismo imposto dal sistema sociale dal quale si ritrovano vertiginosamente travolti. Dietro a questi atteggiamenti si cela l’idea di comunità fast-food, dove prendo quello che serve a me, e faccio fatica a condividere la mia esperienza — quello che sono e quello che ho in termini di dono — con tutti gli altri, ad instaurare veri legami con tutti e non solo con alcuni in particolari. Il particolarismo che a volte i ragazzi si trovano a vivere ammazza la dimensione di fraternità che caratterizza la vita con gli altri; tutto diventa particolare e soggettivo. In poche parole, il centro dell’esperienza divento io; la comunità esige, invece, l’essere capaci di compiere l’esodo che porta da sé agli altri.
Il sociologo Bauman, nelle sue recenti pubblicazioni 1 , ha descritto la comunità come la gruccia a cui attaccarsi brevemente, per il tempo necessario, appendendo qualcosa di sé, senza responsabilità, né legami, né impegni reciproci. Con uno sguardo attento possiamo rintracciare, nella vita concreta delle nostre comunità cristiane, i segni di questa disaffezione che spesso i ragazzi si trovano a vivere, sicuramente stimolati dall’esempio degli adulti.
Vivere la comunità (cum-munis), invece, presuppone il dono gratuito di sé agli altri e la capacità di accogliere il dono che è l’altro. L’esperienza vera di questo incontro con l’altro trasforma la vita: in quest’ottica l’appartenenza alla comunità non acquista valore per i vantaggi che ne conseguono per se stessi, ma quando si è capaci di riconoscere nella presenza dell’altro un bene per sé.
Aiutare i ragazzi a liberarsi dalla solitudine e dall’isolamento che inconsapevolmente si trovano a vivere comincia dall’educarli all’idea che il vivere insieme ha più valore che il vivere da soli, che la comunità è un bene più grande della libertà individuale.
Questa visione della vita comunitaria aiuta i ragazzi a non sentirsi semplicemente il riempitivo della vita che la caratterizza, ma i costruttori protagonisti dell’esperienza del condividere la fede e tutto ciò che questo mettersi insieme comporta.
«La vita della comunità impone delle esigenze e richiede un impegno che i ragazzi preferiscono allontanare; è ordinata secondo regole precise, che talvolta non sono state neanche precisate agli educatori. La Chiesa è popolo, dunque comunità; dovrebbe essere possibile vedere e toccare la solidarietà, l’attenzione all’altro, l’impegno per la casa comune». 2
Parlare del protagonismo dei ragazzi nella comunità cristiana, allora, impone uno sguardo su ciò che la comunità è e su ciò che è chiamata ad essere. Non possiamo sentirci esenti da una verifica seria e sistematica sulla qualità della vita comunitaria, delle relazioni, del Vangelo vissuto nella quotidianità, delle esperienze di condivisione che pensiamo e viviamo. Dare concretezza al protagonismo dei ragazzi nella Chiesa significa innanzitutto far gustare loro l’esperienza di una casa da abitare insieme, per arrivare a capire con la vita, più che con le parole, che, come dice un grande cantautore italiano, Gaber, «l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé».
Per interrogarsi
- Nell’itinerario che la mia comunità parrocchiale propone, come faccio vivere ai ragazzi la dimensione del protagonismo nella Chiesa?
Riesco a farli partecipare attivamente alla vita della comunità?
- L’esperienza di gruppo è la realtà più concreta che possiamo far vivere ai ragazzi per capire il senso e la bellezza della comunità.
Com’è il clima del gruppo che mi è stato affidato? Qual è la qualità delle relazioni, dell’ascolto, della capacità di condividere?
Quanto il mio gruppo sente e vive la vita di tutta la comunità?
- Prova, magari con tutto il gruppo educatori, a chiedere ai ragazzi che idea hanno della comunità parrocchiale, quanto si sentono protagonisti attivi e responsabili. Quello che emerge può essere oggetto di riflessione e di analisi della propria realtà dei ragazzi nel gruppo educatori.
Per approfondire
- Z. Bauman, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2001.
- Dal Concilio Vaticano Il: Apostolicam Actuositatem, 12 e 30; Lumen gentium, 7 e 10.
- AA.VV., Ora tocca a noi. Per un nuovo protagonismo dei ragazzi, Editrice AVE, Roma 2005.
Educare ad accogliere il dono della Chiesa
a cura di Francesca Polacco
Ogni educatore ricorda perfettamente il momento in cui è stato “chiamato” a questo servizio: ad alcuni l’invito è stato rivolto dal parroco, ad altri è stato il responsabile ACR o il presidente parrocchiale a fare la proposta, molti hanno maturato questa scelta dentro se stessi. Qualunque sia stato il percorso, il momento in cui si decide di dire il proprio “sì” resta indimenticabile nella vita di un educatore! Un “sì” che si pronuncia quando il desiderio di comunicare a tutti la Buona novella diventa incontenibile; quando la gioia di sentirsi parte della grande famiglia della Chiesa non si può più tenere per se stessi; quando il riconoscersi destinatari dell’immenso amore di Dio porta a voler annunciare ad ogni singolo uomo che anch’egli è amato da sempre da Dio. È impossibile non ricordare lo stato d’animo da cui si è pervasi subito dopo quel “sì”: i dubbi, le paure, le ansie, la sensazione di non essere all’altezza, di essere lanciati in qualcosa di troppo grande, di aver accettato un compito troppo impegnativo. Allo stesso tempo una profonda felicità data da un’unica certezza: l’essere stati “chiamati” dal Signore per essere collaboratori del suo progetto di salvezza. Basta poco per accorgersi che è un grande privilegio il potersi mettere a servizio della Chiesa accompagnando bambini e ragazzi nel loro percorso di crescita umana e spirituale, nonostante le grandi sfide che questo comporta. Come può un educatore aiutare fanciulli e ragazzi ad accogliere la Chiesa? Non è sempre facile riuscire a testimoniare loro la bellezza della scelta cristiana e associativa, per questo non basta dire “sì” una sola volta, ma bisogna scegliere tutti i giorni di essere innanzitutto cristiani e poi educatori di Azione Cattolica; tutti i giorni bisogna sentirsi chiamati e tutti i giorni è importante rispondere alla chiamata con gli stessi dubbi, le stesse paure, le stesse ansie, ma soprattutto con la stessa gioia e lo stesso entusiasmo del primo “sì”. È fondamentale quindi mettersi continuamente in discussione, in particolar modo all’inizio di ogni nuovo anno associativo, non abituarsi alla “routine” della vita cristiana, per riuscire a rinnovare quotidianamente la propria adesione alla Chiesa in modo consapevole ed evitare che la dimensione dell’annuncio diventi inconsistente. Lo scopo del servizio educativo è far innamorare i ragazzi di Gesù Cristo, è accompagnarli a comprendere che, come ci ricorda papa Benedetto XVI, «Gesù non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a Lui, riceve il centuplo», che Gesù valorizza i doni, l’originalità, i talenti di ciascuno. L’educatore deve introdurre i bambini in un’esperienza di fede che li incuriosisca, li attragga, li affascini e, perché questo avvenga, deve testimoniare in prima persona di essere innamorato di Cristo e di aver accolto il dono della Chiesa per mettere a frutto il suo amore. Spesso ci si concentra troppo sull’“indottrinamento”: dieci comandamenti, preghiere, atti di dolore, doni dello Spirito Santo, virtù teologali, risposte della messa... Certo, questo è importante, ma non basta! Immaginiamo due genitori che mettono i figli attorno ad un tavolo e li educano così: “Oggi vi spieghiamo cos’è il rispetto, la prossima settimana parleremo dell’affetto e poi seguirà la lezione sull’obbedienza!”. È impensabile un atteggiamento del genere, perché «i giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere», come ci suggerisce Quintiliano. Spesso però gli educatori, anche inconsapevolmente, incorrono nell’errore della catechesi priva di esperienza e di testimonianza. Gesù si è preoccupato di mettere gli apostoli in contatto con la Buona novella annunciata dalla sua vita: sanava i malati, perdonava i peccatori, incoraggiava i deboli... Gli apostoli hanno visto, ne hanno fatto esperienza, si sono lasciati sconvolgere e trasformare da Lui e per questo hanno potuto raccontare con la loro stessa vita la novità della sua Parola. Le nozioni “a freddo” formano degli esperti biblisti, ma non degli autentici cristiani! L’annuncio del Vangelo, invece, è un avvenimento che semina speranza e gioia in chi ascolta, perché quelle parole svelano un modo nuovo di vedere e affrontare la vita. Non serve dire ai propri ragazzi di andare a messa tutte le domeniche, di confessarsi costantemente, di avvicinarsi all’Eucaristia se poi alla “predica” non corrisponde innanzitutto l’esempio dell’educatore, il segno concreto e visibile della sua testimonianza. Per l’educatore pertanto accogliere il dono della Chiesa deve significare non poter fare a meno lui per primo di partecipare alla messa domenicale, sentire il bisogno di avvicinarsi alla confessione regolarmente, non vedere l’ora di vivere il momento più intenso dell’incontro con Gesù attraverso l’Eucaristia. In tal caso le parole faranno da contorno, perché a parlare ai ragazzi di quanto sia piena la vita in compagnia di Gesù e di quanto sia edificante l’esperienza della Chiesa basteranno gli sguardi gonfi di stupore e i sorrisi carichi del suo amore.
Per interrogarsi
- Ho accolto la Chiesa come dono? Come aiuto i ragazzi ad accogliere la Chiesa?
- Riesco a trasmettere ai ragazzi la gioia che provo nel sentirmi parte della Chiesa?
- Sono un annunciatore o un insegnante del Vangelo? Quanta speranza, quanta gioia, quanta conversione suscitano le mie parole nei ragazzi?
- Alle mie parole corrisponde l’esempio?
Per approfondire
- G. Calabrese, Chiesa di Cristo, chi sei? Riflessioni e schede di lavoro per educare al senso della Chiesa, Paoline, Milano 2005.
- J. Ratzinger - H.U. von Balthasar, Perché sono ancora cristiano, perché sono ancora nella Chiesa, Queriniana, Brescia 2005.
- C. Nora, Il cuore ci arde. Leggere il Vangelo da discepoli e da educatori, Editrice AVE, Roma 2006.




