Tra le guide dei ragazzi (tema del Primo Tempo di Catechesi) ci sono gli educatori.
Ma quando un educatore ACR è una buona guida?
Marco Caporicci, responsabile ACR della diocesi di Roma, offre alcuni spunti su cui confrontare il proprio essere educatore a partire da uno sguardo su due aspetti della vita dei ragazzi: le domande e le risposte sul senso della vita e il dono della fede.
1. Educatore, oasi credibile
Senza essere troppo indiscreti, proviamo a sbirciare l’ipotetica agenda settimanale di un nostro bambino o ragazzo, o chiediamo direttamente a lui riguardo ai suoi impegni. Rimarremo disorientati nel vedere la sua lista delle cose da fare, degli appuntamenti che sono stati fissati per lui, del tempo che trascorrerà proiettato verso l’esterno della sua vita, nelle palestre piuttosto che in altri luoghi. Il continuo attivismo verso cui sono - siamo - orientati non conosce, dopotutto, tregua. Oggi, la formazione di un bambino o di un ragazzo è prevalentemente legata al corpo, alla sua forma e salute, piuttosto che alla produzione artistica, musicale o ginnica. Una formazione, quindi, che chiede al piccolo individuo di muoversi in continuazione[1], di essere occupato e di assolvere a compiti specifici che gli vengono assegnati. L’assenza di un ritorno a (in) sé, è così facendo sempre più percettibile nei nostri ragazzi, che sono nervosi, stanchi, molto spesso demotivati e quasi sempre iperattivi. Sempre più, inoltre, sono incapaci di trovare le motivazioni delle loro azioni, dei loro pensieri, perché sempre più perdono quel nesso tra il processo decisionale - che deriva inizialmente da un’azione educativa familiare - e la concretizzazione della scelta in un ambito operativo.
In sintesi, spesso non sanno perché fanno quel che fanno.
Questa difficile condizione psicologica pone l’educatore in una situazione complicata. Egli diviene, in virtù del suo mandato, interprete del disagio e testimone della via d’uscita. Il primo di questi compiti richiede all’educatore innanzitutto una sensibilità particolare nel riconoscere “il volto triste” (Lc 24,17b), ovvero i messaggi che i ragazzi inequivocabilmente trasmettono[2] ma che mascherano attraverso gesti o parole che, a un primo sguardo non attento, possono sembrare normali; ne segue poi la forte formazione spirituale e di metodo, che permette una basilare interpretazione delle tante domande di vita che trovano così una formulazione. Non siamo psicologi o analisti clinici, sia bene inteso. Siamo educatori che debbono condurre il bambino alla comprensione di ciò che sta accadendo nella sua vita; siamo noi che dobbiamo essere, attraverso il gruppo, l’incontro, il rapporto personale con loro, l’oasi di tregua, il rifugio che permette una sosta al loro cammino di vita e di fede. E in questa sosta, essere specchi alle loro domande su di noi, su cosa dobbiamo essere per loro. Essere risposta alle loro aspettative, alcune molto alte, che pretendono. I bambini e i ragazzi, soprattutto in questo particolare spaccato sociale, ci chiedono di essere presenti, stabili e capaci di ascolto. Rivolgono a noi le aspettative di tempo, di certezza nella fede, di responsabilità nelle azioni. Ci chiedono, come già è stato detto, di essere per loro oasi certe, credibili (e quindi non miraggi o illusioni che ingannano o tradiscono) di quella “vera acqua”(Gv 4,5-42) che va attinta a piene mani, così da gustare un nutrimento spirituale e quotidiano nella vita.
2. Educatore, stella cometa che guida i pastori
Chi è genitore sa benissimo che la crescita del proprio bambino non avviene in giorni prefissati, o seguendo schemi e date prestabilite, bensì è uno sviluppo costante e graduale nell’acquisizione delle proprie capacità cognitive, sociali, affettive e ambientali. Ogni giorno - e questo avviene sin dalla procreazione - il piccolo interagisce con l’esterno e con l’interno, si pone in ascolto, rinnova e trasforma i suoi schemi, ovvero quello che ha imparato, con modalità nuove di relazione con l’ambiente[3].
Lo stesso vale per ogni bambino o ragazzo in ACR: non è il giorno dell’incontro che gli consente di crescere e diventare grande, bensì è un processo continuo, un cammino vero e proprio, che lo porta a riconoscere in sé qualcosa che, pur appartenendogli, non gli è proprio. Qualcosa che gli è stato dato in dono, attraverso gli altri e la propria personale scoperta di Dio Padre.
In questo, il ruolo dell’educatore all’interno della proposta formativa e del cammino di crescita proprio dell’ACR e condiviso con la Chiesa, è fondamentale. L’educatore deve essere comela stella cometa che guida i pastori: luce per i più piccoli verso un mistero più grande, ovvero l’incontro col Cristo. Questo essere guida, però, responsabilizza e, al tempo stesso, limita il compito dell’educatore, perché lo pone nella giusta subalternità rispetto alla luce vera, che è nel mondo. Il Signore è già presente tra noi e presente nei bambini e nei ragazzi, attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana, primo fra tutti il battesimo; questo dono, però, non è facilmente comprensibile e, tanto meno, è facilmente insegnabile. I doni di Grazia che Dio compie in noi devono essere percepiti, sperimentati, scoperti, e i più piccoli possono far questo se ben orientati, continuamente accompagnati e con gli strumenti giusti. La parola chiave contenuta in questi passaggi è la quotidianità. La quotidianità mai invasiva ma costante, che deve caratterizzare il rapporto formativo tra l’educatore e l’educato, per il preciso fine dell’incontro con l’Emmanuele, col Dio-con-noi. Un incontro che l’educatore è chiamato a sperimentare per primo, per esserne testimone credibile.
Far scoprire al bambino e al ragazzo come il Signore ha una storia per lui, lo ha chiamato e riempie la sua vita di significato e di segni, porta inevitabilmente alla percezione della propria interiorità, al silenzio personale che solo chi arriva sulla vetta di una montagna può ascoltare e dalla quale il Signore ha sempre comunicato. Un silenzio, quindi, che parla, che chiama e che invita il bambino a non accontentarsi di una vetta, ma di andare alla ricerca dell’unica Vetta, quella della Santità, purché nella sua quotidianità sia sempre accompagnato, seguito e amato da chi ha verso di lui una forte e precisa responsabilità educativa.




