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Il Fascino della Montagna

di don Jean Paul Lieggi

Docente di Teologia fondamentale alla Facoltà Teologica Pugliese

Si riportano di seguito alcuni passaggi della relazione del prof. Jean Paul Lieggi tenuta alla Commissione Itinerari Formativi, che prepara il Cammino nazionale ACR. L’intervento è stato articolato a partire dalla sua esperienza e dalla riflessione su alcuni testi, uno tratto dal libro Spiritualità della strada, di don Giorgio Basadonna, Ed. Fiordaliso, Roma 1997 pp. 55-59; l’altro preso da un testo di Erri de Luca, Sulla traccia di Nives, Mondadori, Milano 2005, pp. 9-10 e 16-19, e altri due testi tratti dalla Scrittura.

La presente relazione non è stata rivista dall’autore.

I quadro

La cosa più importante della montagna, per me, è la paura: paura dei burroni, soprattutto quando si hanno pesanti pesi sulle spalle, le gambe tremano dinanzi ai percorsi stretti, ecc. La paura non ti consente di gustare il paesaggio, però quando arrivi in cima la paura scompare e generalmente non smetti di dire che ne è valsa la pena, anche se a volte capita che contemporaneamente pensi che poi bisogna anche ridiscendere. A volte la trepidazione della discesa, soprattutto se si è da soli, fa fermare a metà del cammino e scendere. Questa “fortuna dell’avere paura” ci rimanda a un testo biblico tratto dal libro della Genesi, al capitolo 22.

Abramo sale con l’angoscia nel cuore, ha paura, ma forse ha molto più che paura: ha dentro la certezza che uccide il figlio, altro che cadere nel burrone!

È bello perché ai servi dice «andiamo», «adoriamo» e «scendiamo». Questa è la logica della montagna: salire, consapevole che da lì si scenderà. Abramo sale consapevole che la logica della montagna è “salire per scendere”, ma ha dentro l’angoscia che colui a cui tiene di più, Isacco (sorriso), non scenderà, gli sparirà il “sorriso”. Ma sul monte accade qualcosa di strano: il Signore gli ferma la mano e allora in quel momento, «alzò gli occhi e vide un ariete».

Solo quando arrivo in cima ho il coraggio di alzare gli occhi, solo quando è passata la paura ho il coraggio di alzare gli occhi e ammirare la meraviglia che si vede dalla cima, che niente e nessuno ti può raccontare. Solo quando vince l’angoscia Abramo ha il coraggio di alzare gli occhi e vedere che ciò che deve sacrificare non è suo figlio, ma l’ariete. E questo fa vivere ad Abramo la gioia di chi vede il Signore. Notiamo la finezza del versetto 14: Abramo chiamò quel luogo «Il Signore vede», perciò oggi si dice «Sul monte il Signore si fa vedere». Ciò vuol dire che il Signore si fa vedere lì dove vede, si prende cura di qualcuno, lì dove è provvidente nei confronti di qualcuno. Una delle cose che la montagna ci fa sperimentare è la Provvidenza, anche forse soltanto per lo spettacolo della natura che da quella angolazione si vede in maniera unica. Una delle cose che assaporiamo quando stiamo sopra la montagna è che davvero il Signore è grande, che il Signore si fa vedere guardando: io mi accorgo del Signore, lo vedo perché vedo i segni della sua Provvidenza nei nostri confronti.

E quindi si parte con l’angoscia, con la paura di vedersi un sorriso strappato, ma si sperimenta un sorriso che è molto più grande di quello che avevo paura di perdere, anche se credo che non sparisca. Su questo il libro della Genesi non dice niente, ma ci piace immaginarlo: Abramo scende e forse avrà anche pensato che per stavolta gli è andata bene e forse gli è rimasta un po’ di paura, di trepidazione per il futuro. La cosa bella di quella trepidazione che io sento quando sto in cima, è la trepidazione per il futuro: la montagna dà questo. Muori letteralmente se pensi che, una volta vissuta la fatica della salita e la gioia del panorama che stai guardando, tutto sia finito come fatica da fare. Questo vale non solo per i principianti, ma anche per i grandi alpinisti: se non fanno la discesa nel modo corretto o per la voglia di correre, fanno un passo più lungo del dovuto, muoiono. Quindi la discesa non chiede meno fatica della salita e per uno che ha paura questo si sente sulle gambe, perché quando scendi tremano molto di più di quando sali.

La montagna allora è il luogo della prova, il luogo nel quale siamo chiamati a confrontarci con le nostre paure, con le nostre angosce e sperimentare la bellezza che possiamo vincerle, nella consapevolezza che questa vittoria non è solo frutto nostro, anzi, è dono. Viviamo la prova per sperimentare una vittoria che è la vittoria di Dio, che è dono di Dio. Finiamo questo primo quadro con un’immagine/simbolo: i piedi e le gambe di un uomo, perché, come abbiamo detto, è lì che sentiamo tutta la nostra paura.

II quadro

Pensiamo allo stile con cui i primi cristiani, soprattutto gli evangelisti e, tra questi, in particolare Giovanni, ci raccontano di Gesù, e anche qui ci riferiamo a un’immagine: i laghetti che stanno sulle montagne, più o meno grandi. Una cosa meravigliosa di essi è che ti fanno vedere, sull’acqua, la montagna capovolta, il riflesso dei monti sull’acqua. Su di essa noi vediamo una montagna al contrario: cioè per noi la montagna è “salire per scendere”, sull’acqua noi vediamo una montagna che è “scendere per salire”. Questa è la logica di Gesù: egli scende per salire. Noi possiamo salire per scendere perché c’è uno prima di noi che è sceso per salire. Pensiamo ai racconti con i quali il Nuovo Testamento ci presenta Gesù e soprattutto Giovanni, che questa cosa la fa nella maniera più forte, perché il suo Vangelo inizia con il Verbo che sta presso Dio, che viene a piantare la sua tenda in mezzo a noi e finisce con un Gesù che, chiacchierando con i suoi apostoli dopo la Resurrezione, ci ricorda che deve andare dal Padre mio e Padre vostro: “non mi trattenere”, dice alla Maddalena. Allora il racconto della vita di Gesù è tra questa discesa e salita. Ciò lo diciamo perché i primi cristiani leggevano tutta la Bibbia in questo modo, cioè dicevano: «Che cosa è quello che è raccontato nella Scrittura? È “tipo” di Gesù Cristo». Cosa vuoi dire “tipo”? Immaginiamo una formella con la quale devo modellare un po’ di creta. La formella è, rispetto all’oggetto che devo fare, speculare. Loro dicevano che Gesù Cristo è l’anti-tipo, la formella di tutto quello che c’è stato, c’è e ci sarà. Tutto quello che è raccontato nella Scrittura, anche prima di Gesù (nell’Antico Testamento) e tutto quello che c’è nella nostra vita, non è altro che “tipo” di Cristo. Noi diciamo che queste sono le cose reali che si devono confrontare con Gesù, i primi cristiani dicevano che l’unica cosa vera è Gesù, tutto il resto è riflesso e immagine di Gesù.

La montagna, e il nostro salire e scendere la montagna, è riflesso e immagine di Gesù. Facendo una lettura tipologica della montagna, quando saliamo e ci gustiamo la vetta, e quando scendiamo, dobbiamo essere consapevoli che stiamo facendo un riflesso dello stile con in quale il Signore sceglie di vivere la sua storia con gli uomini.

È bello allora far risuonare qualche Salmo, come il 121, che si lega a una lettura tipologica della montagna. «Il Signore ti custodirà alla partenza e al ritorno da ora e per sempre», così traduce questo testo ebraico Jean Pierre Sonnet, professore di Antico Testamento. «Il Signore ti custodirà alla partenza e al ritorno. Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?». Il Salmo sembra quasi aprirsi a quella che sarà la logica di Gesù. La logica di noi uomini è che il Signore sta in alto: quindi per cercare l’aiuto devo alzare gli occhi verso i monti. Ma io scopro in Gesù che, se è vero che l’aiuto è venuto dall’alto, poi è sceso e quindi questo aiuto non sta lontano. E non perché io sono bravo a salire il monte per andare ad adorare (ricordiamoci il capitolo 4 del Vangelo di Giovanni: nel dialogo con la Samaritana, “i nostri Padri finora hanno adorato il Signore su questo monte”. È su questo monte o sul monte di Gerusalemme che dobbiamo adorare? E Gesù gli risponde “Basta con i monti”. Perché “basta con i monti”? Perché Lui è sceso). E quindi dobbiamo accogliere il dono che il Signore ha vissuto e scendere dal monte.

La risposta al Salmo 24 ancora una volta ce la dà Gesù: non dobbiamo angosciarci al pensiero di salire, perché Lui è sceso e quindi la nostra salita è possibile per questo.

Allora salire e scendere dalla montagna vuoi dire lasciarsi plasmare, lasciarsi formare in modo speculare dalla logica del cammino di Gesù. La montagna deve diventare anche speranza, rispetto alle nostre attese (Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?): la nostra attesa è che Lui stia in cima. La montagna invece ci deve far capire che la sua prospettiva è diversa rispetto alla nostra e ciò viene espresso molto bene nel primo versetto del Salmo 87, dove si canta la grandezza di Sion, Gerusalemme che sta sul monte, «sui monti santi egli l’ha fondata». Quando pensiamo alle fondamenta, pensiamo a qualcosa che sta giù: il nostro fondamento, ribaltando la logica della montagna, è sceso per fondare la nostra vita, a noi tocca accogliere la sua prospettiva;  e per noi accoglierla vuol dire “salire e scendere” e ciò per lasciarci plasmare dalla sua prospettiva.

Allora la montagna è il luogo che ci fa assumere lo sguardo di Dio. La montagna ti fa cambiare la prospettiva, non solo perché guardi dall’alto, ma perché guardi con gli occhi e con lo stile di Gesù. E allora questo porta alla consegna di un altro simbolo: gli occhi. La montagna ci regala occhi nuovi, che noi rendiamo nuovi in quella novità che Gesù è capace di consegnarci.

III quadro

La montagna diventa il luogo nel quale la strada si misura in modo più forte e più autentico.

Da queste parole emerge che quando parti per la montagna ti prepari, hai una carta, gli strumenti per fare un percorso così come da programma. Ma questo vuol dire giocarsi due aspetti che Basadonna mette in evidenza: da una parte la capacità di leggere una carta, ma dall’altra parte anche la capacità di affrontare l’imprevisto. A volte pensiamo furbamente di accorciare il percorso e questa cosa invece ci fa allungare tantissimo. E quando ti perdi, e ormai la luce se n’è andata e non sai dove piantare la tenda perché non c’è lo spazio fisico per farlo, non solo ti perdi, ma ti spaventi per la paura di passare la notte in piedi, senza un posto dove dormire.

Allora, è necessaria la capacità di saper leggere una carta, ma insieme capacità di inventare la strada, come dice Baden Powell, fondatore degli Scout. Inventare la strada non vuol dire buttare la carta, quest’ultima ti serve anche per inventarla la strada e non solo per stabilire se stai facendo la strada giusta. La carta serve anche quando ti sei perso e in qualche modo ti devi orientare per cercare di ritrovare la strada. Quindi, ci vuole capacità di decifrare le carte, sia per vivere la fedeltà al cammino che stai facendo, ma anche per essere capace di affrontare gli imprevisti. Questo lo chiamiamo discernimento.

La montagna è anche il luogo in cui si impara a discernere, è il luogo in cui si impara a leggere una carta, a orientarsi, con il rischio che questo comporta. E la nostra carta e la nostra bussola sono le Scritture, prima di tutto non perché lì solo Dio ci dà le indicazioni, ma perché quella carta diventa la grammatica per essere capaci di mettersi in ascolto di un Dio che parla. La carta, da sola, se la guardi non ti fa godere della gioia e della fatica della montagna, ma senza di essa non vivi queste cose. La Scrittura non costruisce il nostro rapporto con Gesù, ma senza questa grammatica non sarò mai educato a discernere le forme attraverso le quali Gesù continua a parlarci oggi. E questo richiede la capacità di coniugare insieme fedeltà e novità. La montagna è il luogo del discernimento ed è il luogo in cui siamo chiamati a coniugare fedeltà e novità. E anche qui finiamo con delle immagini che ricordano il nostro essere uomini: la testa e il cuore, dove con testa e cuore vogliamo dire che in questo discernimento siamo chiamati a coinvolgerci completamente, con il nostro intelletto, ma anche facendo giocare i nostri sentimenti.

IV quadro

L’ultimo testo a cui facciamo riferimento è di Erri De Luca, Sulla traccia di Nives, Mondadori, Milano 2005. Parla del diario-colloquio con questa alpinista che ha scalato 7 dei 14 giganti che superano gli 8000 m. In una delle scalate racconta questa esperienza di montagna.

Alle pagine 9 e 10 si inizia con l’attenzione agli altri, con l’attenzione a quelli che portano i nostri pesi. È bello sottolineare il fatto che non perdono nulla, neanche un fazzoletto, che non smettono mai di parlare, sorridere, cantare e poi scompaiono. Ci fa pensare agli angeli, che fanno quello che devono fare e poi scompaiono, ci fa pensare al fatto che ciascuno di noi è chiamato a farsi angelo l’uno dell’altro. Sottolineare questo ci dice un’altra cosa della montagna: la montagna è il luogo nel quale sperimentiamo l’aiuto fraterno, la montagna è il luogo nel quale sperimentiamo che portiamo i pesi gli uni degli altri, la montagna è il luogo della comunità, della gioia che sperimentiamo nel fatto che qualcuno si prende cura di noi. Pensiamo al ragazzo che si mette davanti lo zaino dell’altro che non ce la fa a camminare: la montagna è il luogo della comunità e questo è bello simboleggiarlo con le mani, quelle mani aperte all’altro sia per avere il coraggio di lasciargli il proprio zaino, sia per prenderlo per sollevare il cammino.

Rispetto al riferimento del vento (pp. 16-18), per noi esso vuol dire Spirito, e lo Spirito Santo parla e vale anche per Lui che a volte parla soffiando piano (pensiamo ad Elia) e a volte anche nella nostra vita parla in modo prepotente, spaccando tutto. E non solo parla, ma vuole essere ascoltato: pensiamo a Paolo, quando dice che non dobbiamo rattristare lo Spirito, vuol dire che lo Spirito ci chiama a intimità. Di questo vento Nives dice è il «padrone del tempo» e anche lo Spirito lo è, perché è grazie a Lui che esiste il tempo e lo viviamo.

E poi lo Spirito è «l’orma secondaria del Dio delle cime», bellissima immagine: il vento orma del Dio invisibile, è un’orma che passa, non sai da dove viene o dove va, ma la senti, ti lascia una traccia di cui non puoi essere padrone. Queste immagini ci suggeriscono che la montagna è il luogo del silenzio, dell’ascolto, dello spazio lasciato allo Spirito che parla, è il luogo dell’intimità, è il luogo in cui siamo chiamati a lasciarci abbracciare e abbracciare il Vento/Spirito. Quindi l’ultima immagine è quella delle orecchie, dove per orecchie intendiamo un ascolto nel senso più ampio del termine. Quindi la montagna è bella perché coinvolge i nostri occhi, i nostri piedi, la nostra mente, il nostro cuore, le nostre mani, le nostre orecchie, la totalità del nostro essere uomini. Tutto il nostro essere uomini è immagine di un Dio che scende.