Le parole chiave di un pontificato che inizia

«Custodire», «custode», «custodisca»… In questi primi giorni di pontificato, papa Francesco ha usato questa parola in tutte le sue declinazioni possibili, dimostrando di amarla particolarmente. Ha iniziato già affacciandosi dalla loggia delle Benedizioni, la sera della sua elezione, invitando la folla, che si stava ancora chiedendo chi fosse quel cardinale venuto «quasi dalla fine del mondo», di pregare perché la Madonna custodisca «il nostro vescovo emerito» Benedetto XVI.

Una parola, custodire, che papa Francesco ha messo al centro dell’omelia nella messa di inizio pontificato di martedì 19 marzo, giorno di san Giuseppe, facendola riverberare ben oltre i confini della chiesa cattolica «La vocazione del custodire – ha detto – non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. Siate custodi dei doni di Dio!».

Esattamente com’è stato per san Giuseppe, che si è preso cura fino in fondo di Maria e di quel dono particolarissimo che è stato Gesù nelle loro vite: «E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione – ha aggiunto nell’omelia papa Bergoglio – Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!».

Un messaggio così semplice da entrare subito nella mente e nell’animo dei fedeli e di quanti hanno seguito questo papa nei suoi primi passi da vescovo di Roma. Ma le parole chiave che in questi giorni hanno tratteggiato il programma di un pontificato fondamentale per il futuro della chiesa sono state almeno altre quattro. «Misericordia», anzitutto, che ha caratterizzato il primo Angelus: «Il Signore non si stanca mai di perdonare – ha scandito il pontefice dalla finestra dello studio papale – siamo noi che alle volte ci stanchiamo di chiedere perdono». E poi la triade «camminare, edificare, confessare», coniata durante la messa con i cardinali di giovedì 14, con la quale ha messo immediatamente Cristo al centro, chiarendo che senza professare la propria fede la chiesa si ridurrebbe a una «ong pietosa». Accanto a questo, una serie di gesti inattesi, ricchi di significato, come il saluto personale a tutti i presenti alla messa domenicale nella parrocchia vaticana di Sant’Anna, la discesa dalla papa mobile per abbracciare il giovane con disabilità durante la messa di apertura di pontificato, i numerosi sorrisi e baci, i «buonasera» e i «buongiorno».

Un messaggio chiarissimo, però, papa Francesco lo ha lanciato anche alle 132 delegazioni provenienti da ogni parte del mondo e ai numerosi leader religiosi arrivati a Roma in questi giorni, tra cui il patriarca ecumenico ortodosso Bartolomeo I, presente all’avvio di un pontificato romano per la prima volta dal grande scisma del 1054: «Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!». Ogni dialogo è possibile, a partire da qui.